Salta al contenuto principale

Un mondo di ferro

Il mondo antico era un mondo di guerra. Dei due poemi identitari della civiltà greca uno, l’Iliade, narra la fase finale di un lunghissimo e ferocissimo conflitto e l’altro, l’Odissea (“a volte avventatamente definito come poema della pace”), esalta i valori fondanti di una società guerriera e “si conclude con una spettacolare carneficina”. La società più militarista della storia umana, Sparta, è sorta proprio nell’antica Grecia e senza dubbio la retorica militare era un tratto distintivo della cultura romana repubblicana. E se gli storici greci e romani hanno fatto di tutto per tramandare una visione “ferrigna” e cupa del loro mondo, di certo non è un caso. Nelle tante differenze, le società antiche erano accomunate “da un modello di convivenza che presupponeva una larga abitudine, che sconfinava nell’indifferenza, nei confronti della violenza”, della schiavitù e della guerra. Anche nella Atene culla della filosofia e della democrazia non esisteva – lo testimoniano numerosissimi documenti – alcun pregiudizio nei confronti dell’uso della forza. Per marcare la enorme differenza con la sensibilità contemporanea sull’argomento, basti pensare questo: nel sistema giudiziario ateniese, l’esecuzione delle sentenze era affidata al vincitore della causa. E ancora: oggi persino i militari parlano continuamente di pace, la parola “guerra” è quasi scomparsa dal loro lessico e gran parte delle operazioni militari sono giustificate come “peace keeping”; nel mondo antico, invece, “la pace non rientrava negli scopi della politica”…

Una prima puntualizzazione. Il mondo antico preso in esame da Marco Bettalli, professore ordinario di Storia Greca all’Università di Siena, in questo magnifico saggio è quello della Grecia antica e della fase espansionistica dei Romani nel Mediterraneo, fino al 146 a.C. (“(…) nonostante tutte le differenze del mondo, quella della Roma repubblicana (almeno fino alla data scelta come punto d’arrivo del mio lavoro) è una società paragonabile alle pòleis greche”). Una seconda puntualizzazione. Non si tratta di una descrizione delle principali battaglie del periodo storico preso in esame, né di un’analisi degli armamenti o delle strategie militari di questo o quel condottiero. Libri così, ce ne sono già molti. Piuttosto quella di Bettalli è l’analisi – compiuta con pienezza storiografica e indubbia creatività, oltre che piacevolezza stilistica – del ruolo della guerra, idea e prassi, nell’antica Grecia e nella Roma repubblicana. In comunità cioè in cui la guerra faceva parte della vita, “(…) in cui solo chi si prendeva cura della difesa dai nemici esterni ed era pronto, nella buona stagione, a marciare fuori dai confini per combattere contro il nemico poteva aspirare a definirsi cittadino”. In un mondo in cui “i cittadini della pòlis, dilettanti impauriti che abbandonano il lavoro dei campi o la bottega per una settimana o un mese” si sfiancano massacrandosi in scontri durissimi su spianate polverose sotto il sole cocente del Mediterraneo sperando di sopravvivere al macello e poter raccontare la battaglia davanti al fuoco durante l’inverno. Un mondo di sangue, sudore, violenza, coraggio. Un mondo di ferro.