A un passo dalla luna piena

A un passo dalla luna piena
È notte. Le stelle scorrono fuori dal finestrino. La mamma guida, e Simone non sa dove stanno andando a bordo della Ritmo rossa che in tante occasioni è stata motivo di discussione per i suoi genitori. Che poi in realtà a suo padre delle macchine non importa nulla, la Dyane azzurra con qualche infiorescenza di ruggine gli va più che bene. Però sì, i suoi genitori litigano. Il papà ha sempre una tuta sporca di macchie che ormai non vanno più via, lavora parecchio, è stanco, la sera ama bere un po’ di vino e spesso è “girato male”, dice la mamma. La mamma ogni tanto ha gli occhi tristi e qualche volta, come quella sera, fa gli spaghetti, anche se Simone e il padre preferiscono i maccheroni, e gli ripete in continuazione di non stare troppo vicino alla televisione, che si rovina gli occhi a guardare i cartoni. Che poi i cartoni in realtà non glieli fanno vedere quasi mai, perché c’è sempre il telegiornale: e l’attentato al Papa, e Alfredino che scivola via in un buco nero e gli si insinua nei sogni… La mamma ha fermato la macchina, scende. Ha indosso la pelliccia che il papà le ha regalato qualche tempo fa. Sono di fronte a un bar ristorante pizzeria. Simone legge l’insegna, è bravo. Entrano. Si vede che la mamma non è nuova del posto. Siedono al bancone. Lei prende un caffè, lui un’aranciata amara. A un certo punto Simone va in bagno. Torna, e accanto alla mamma c’è un uomo dal nome strano…
Ambientato – lo si capisce sin dall’inizio, grazie al numero cospicuo di riferimenti – nei primi anni ’80, A un passo dalla luna piena è una storia di rara grazia e leggiadria: l’argomento di per sé si presterebbe a un profluvio di retorica, ma la penna di Massimo Padua è talmente raffinata che bastano davvero poche, pochissime battute per rendersi conto alla perfezione che il timore preventivo e pregiudiziale, per fortuna, è del tutto infondato. Alla base del racconto c’è una quotidianità che profuma di autentico, di vero, c’è un’atmosfera fatta di elementi assolutamente riconoscibili, nei quali ci si può immedesimare senza sforzo, c’è una crisi di coppia che diventa, essendoci un bambino di mezzo, crisi della famiglia intera: e c’è lo sguardo di Simone, che ha otto anni, lucido, intelligente, serio, profondo, come sempre molto più maturo e limpido di quello degli adulti. Il romanzo procede per capitoli brevissimi, densi, sintetici, che sembrano tante Polaroid attaccate l’una affianco all’altra con delle puntine colorate su uno di quei pannelli di sughero che in molti usano come bacheca: raccontano una storia per immagini. L’asciuttezza della prosa è una forma chiara al servizio di una sostanza carica di significato, e i pensieri dei protagonisti, i loro dissidi, interiori e non, sono riprodotti con grande credibilità e con uno stile fluido che cattura immediatamente per la sua semplicità. Un bicchier d’acqua se si ha sete, una ventata fresca in una stanza dall’aria viziata.

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER