Un pianeta ad aria condizionata

Il cambiamento climatico è un processo catastrofico già in atto: in un contesto globale non esiste ancora un progetto unitario, concreto e immediato per contrastarne gli effetti e, soprattutto, evitare che questi ricadano sulle popolazioni in maniera ingiusta e diseguale. Il movimento giovanile che dal 2019 grida a gran voce “Non vogliamo morire di clima” invoca soluzioni reali contro uno sterile catastrofismo. “L’emergenza climatica può creare un patto sociale più forte e più equo”, che non poggi solo su azioni individuali e che sia una risposta alla crisi economica migliore della rinascita dei nazionalismi e del mito di una crescita che non fa che peggiorare il problema. La sfida si gioca su due punti: l’elaborazione di un modello al tempo stesso ecologico e solidale e la capacità di comunicare un messaggio vincente. È necessaria una comunicazione dei rischi che rispecchi maggiormente la realtà e che possa contribuire a costruire la percezione dei vantaggi anche sociali di una crescita eco-eco (economica ed ecologica). In molti dei Paesi che contribuiscono maggiormente al cambiamento climatico, le paure vengono rivolte su un falso bersaglio; al contrario, le migrazioni forzate sono una conseguenza e non la causa dell’insicurezza globale. Il XXI è un secolo caldo: non è più il caldo benefico e desiderabile associato nell’immaginario collettivo alla bella stagione, ma quello soffocante delle ondate di calore, collegato a effetti globali disastrosi e a un impatto negativo sulla salute e la qualità della vita delle singole persone. Al punto che la climatizzazione artificiale sembra diventata indispensabile pur essendo una trappola: protegge dal caldo ma contribuisce a produrlo. Eppure sono già molte le esperienze concrete che già oggi si oppongono a questo scenario di artificializzazione e inasprimento delle differenze economiche e sociali: dall’architettura bioclimatica all’economia circolare, verso un’applicazione sempre più estesa del principio per cui sia chi inquina a pagare…

La nostra Terra come un gelato che ha cominciato a sciogliersi: la copertina anticipa perfettamente sia il tema che lo stile di Un pianeta ad aria condizionata. Un libro divulgativo chiaro e persuasivo, che punta a rendere comprensibili se non visibili e tangibili processi di scala globale che avranno e già hanno un impatto sulle nostre vite quotidiane. Dalla temperatura percepita (sì, si parla proprio del “tempo”) alla “battaglia degli shopper”; dall’ecotassa sulle auto ai tetti verdi… La crisi del settore assicurativo e la prima bancarotta da caos climatico; l’impatto dell’innalzamento delle temperature sulla disponibilità di acqua e di suolo e quindi le trasformazioni che la produzione dell’energia e quella agricola dovranno affrontare… C’è un collegamento tra questi fenomeni piccoli e grandi e pur senza scendere troppo in dettaglio il libro lo mostra in maniera sintetica ed efficace. L’ecologia a cui si fa riferimento non è una lotta minoritaria per “la peppola e il fringuello” ma è un concetto ampio, basato sulla solidarietà, sulla creazione di scenari innovativi e desiderabili, sul considerare la conversione ecologica una possibilità per tutti e non un privilegio elitario. Nel libro c’è spazio anche per una breve storia delle azioni intraprese a livello mondiale (spesso solo accordi e intenti, purtroppo) per contrastare il cambiamento climatico, a partire dalla creazione dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), nel 1988. Un’ottima panoramica per chi si avvicina al tema del cambiamento climatico e abbia bisogno di un quadro di riferimento, ma anche buona riserva di casi ed esempi da portare ad argomento con chi faticasse a visualizzare la portata del problema o, peggio, si ostinasse a negarlo.

 


 

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