Per un pugno di cioccolata

Per un pugno di cioccolata

Germania, seconda guerra mondiale. Lotte ha tredici anni e quando Frau Schmitt, una vicina che si è ferita a un braccio lavorando al trasloco di casa, la chiama affinché l’aiuti a medicare il taglio, la ragazzina l’aiuta volentieri. La donna comincia a interrogarla per sapere qualcosa della sua famiglia. Lotte risponde che il babbo è al fronte, in Francia, e mamma e nonna vivono con lei, al quarto piano. Frau Schmitt sembra soddisfatta e le offre una prelibatezza, per quei tempi duri: una fetta di pane spalmata di vero burro. Nei giorni seguenti la donna diviene sempre più gentile, ma anche più insistente, nei confronti della ragazzina dalla quale cerca di carpire informazioni sulle famiglie del palazzo. Il marito della Schmitt è un ‘‘pezzo grosso’’ del regime hitleriano e Lotte intuisce che le domande che la donna le pone non sono affatto innocenti. Vorrebbe rifiutare le prelibate merende, quel pane con vero burro e talvolta vero prosciutto, ma non ce la fa, anche se ogni giorno giura a se stessa che quella sarà l’ultima volta in cui cederà alla fame, più ancora che alla gola. In fondo al suo cuore, infatti, una voce le dice ‘‘Vattene di corsa! Non tornare mai più’’. Un triste e tragico pomeriggio Frau Schmitt mette davanti alla ragazzina una scatola di cioccolatini invitandola a prenderne a volontà. Lotte, in preda a una strana euforia e dimentica della voce interiore che le ordina di fuggire, esclama che ne porterà due al nonno. Subito si avvede degli occhi rapaci della Schimitt, è atterrita, cerca di aggiustare il tiro, ma ormai la donna, la spiona feroce, ha compreso che con la fanciulla vive il nonno, un mutilato del lavoro, una persona inutile secondo le disumane norme del Reich, e non la nonna...

La storia di Lotte e della sua famiglia è il soggetto del primo racconto, quello che dà il titolo al libro. Seguono altre undici narrazioni, o meglio altre undici testimonianze, tutte rigorosamente vere e documentate. C’è la storia di Annie, giovane giornalista inviata a intervistare un famoso scrittore, Eli Sommers, entusiasta dell’incarico ricevuto. Scopre però che Sommers è un ex SS che ha gravemente danneggiato la sua famiglia, ma è anche un uomo malato e in fin di vita. E poi c’è la storia di Erich, ragazzo ebreo costretto a restare nascosto e a scoprire atterrito che i topi banchettano sul cadavere della madre. E ancora la vicenda del nonno e del nipote chiamati a difendere Berlino assediata dall’Armata Rossa, che decidono di fuggire e disertare per non andare incontro a morte certa. E altre vicende ancora, di persecutori e perseguitati, da quella della bambina che, per avere una nuova bicicletta, denuncia i i vicini ebrei suoi amici, alla storia dell’uomo gentile che, sotto i bombardamenti, si adopera per salvare un cagnolino. Hanno valore di testimonianza, ma anche sicura valenza letteraria per la qualità della scrittura questi racconti di Helga Schneider, nata nel 1937 in Slesia a attualmente, dal 1963, residente in Italia, a Bologna. La scrittrice impiega una consistente parte del suo tempo in incontri con gli studenti per ‘‘sensibilizzare i ragazzi sulle leggi razziali nazifasciste che hanno causato l’uccisione degli ebrei e di altre minoranze’’. La sua opera è stata insignita del Premio Renato Benedetto Fabrizi dell’ANPI per la capacità di narrare ‘‘ai cittadini del mondo e alle nuove generazioni la propria vicenda e quella della propria gente nel momento più buio della storia e dell’umanità’’.



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