Un sorso di Gattinara e altri racconti

Un sorso di Gattinara e altri racconti

Una serata con un amico passata a vagare per il borgo di Gattinara alla ricerca dell’omonimo vino, che nella sua versione autentica forse non esiste più, si conclude nell’incontro con l’ultimo laconico sacerdote che ne conosce i segreti... In una famiglia altolocata i pensieri più nefandi di un suocero nei confronti della nuora, della quale intuisce la natura superficiale e sensuale, vengono messi in atto nella più totale indifferenza ai sensi di colpa dei due: “Non ebbe nessun sussulto. Dallo stupore passò a una aperta lascivia senza tremiti, senza intelligenza; e aprì la bocca a un riso che non rideva, come quello delle bestie”... Chissà perché assistere alla messa domenicale quando si è in villeggiatura ha un sapore diverso dalle messe di sempre. E stavolta è diverso veramente: dall’Ufficio domenicale salterà fuori la storia di un’antica amicizia con Franco Morpurgo, di religione ebraica, la cui anima aleggia nella chiesa cristiana... La visione d’un albergo di paese, che evoca altri tempi costringe, per curiosità, a tornare sul luogo dell’apparizione, dove la prima volta non si è avuto il tempo di fermarsi. Ma l’albergo non c’è più: da quanti anni?... Che fare se durante una solitaria passeggiata in montagna ci si imbatte in una bimbetta di quattro anni sperduta e piangente? Calma, sedersi all’ombra, mettersi a leggere il giornale, asciugarle il naso e dirle “mettiti buona qui”, chiederle come si chiama, rassicurarla e vedere di riportarla a casa... Gigi Arnaudi, maresciallo dei carabinieri, s’accanisce in un’indagine scabrosa, che sarebbe meglio chiudere: riguarda le alte sfere. Tra gli appetiti e l’avida meschinità degli umani coinvolti nell’inchiesta, non sarà che forse a motivare veramente Gigi, è stato il fatto che a rimetterci la vita nell’esplosione oggetto dell’indagine, è stato il cane Flok, al quale il maresciallo era affezionato?...

Sono di quei racconti nei quali, come accade con Simenon, quando arriva il finale si resta qualche secondo in sospeso, col silenzio interiore e, a volte, un tonfo lontano, da qualche parte del petto. Si ha l’impressione che le parole significhino più di quello che dicono proprio perché significano esattamente quel che dicono. Ambientazioni tratteggiate nella loro essenza e prive di indugi descrittivi oltre il necessario, con un io narrante che designa, di volta in volta, l’autore stesso o un personaggio d’invenzione, assistiamo impotenti alle vicende più disparate nelle quali a fare da protagonista insostituibile è l’anima delle persone e delle cose, niente e nessuno esclusi. Periodi brevi, una ricerca precisa ed efficace della parola, attingendo ad un vasto lessico con qualche retaggio ottocentesco, talvolta messo al servizio di un gioco al contrasto con situazioni di sconfitta, miseria umana e meschinità, un po’ all’uso di Jorge Amado. Soldati non esplicita mai un suo giudizio, lascia che siano i fatti a raccontare – lasciandoli trasparire – compassione, rassegnazione, disprezzo o malinconia, limitandosi a reggere quel tanto che basta di sipario da aprire su una commedia che lui stesso osserva di profilo. E spesso quella commedia ruota attorno a vicende minime i cui effetti saranno però di portata capitale per uno o più dei suoi personaggi. Senza sbracciate dannunziane, al contrario, ci troviamo a sghignazzare malignamente su un fallimento o a provare umano compatimento per una vicenda che sembra parlare da sé, se non fosse che è Mario Soldati a prestarle le parole o, talvolta, ad appoggiarle dalla buca del suggeritore. Sono sempre e comunque l’acume e la sottigliezza a comporre la cifra costante: acute le osservazioni, sottili le sorprese e le cattiverie, o anche il solo muto sconcerto per la cattiveria d’un destino ridicolo. Si tratta in fondo di una pigiatura, talvolta un distillato, dell’esistenza, dove ogni cosa diviene materia narrativa della quale godere anche nelle sue note più amare e pungenti.



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