Una civiltà ferita: l’India

Una civiltà ferita: l’India
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Sono tante le annotazioni che lo scrittore Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Nobel per la letteratura nel 2001, appunta durante il suo viaggio in India tra l’agosto 1975 e l’ottobre 1976. Riguardo alla città di Bombay evidenzia il numero spropositato di persone che arrivano quotidianamente dalla campagna in cerca di fortuna. Tuttavia nella città non c’è spazio per loro perché Bombay non è stata costruita in maniera adeguata a una popolazione numerosa. La città è costruita su un’isola, e nel tempo si è sviluppata in maniera casuale – afferma lo scrittore. La conseguenza intuibile è data dal costante sovraffollamento che induce le persone a riversarsi per strada e decidere di viverci. Visitare la città, secondo l’autore, significa spesso trovarsi per gran parte del tempo in mezzo alla folla. Di giorno le strade sono intasate di traffico mentre di notte sono i marciapiedi che offrono ospitalità ai poveri per dormire. Ha perso valore il concetto stesso di questua, preziosa per gli indù come rappresentazione religiosa, come dimostrazione del funzionamento del karma, come stimolo a ricordare i doveri che si hanno verso sé stessi e verso le proprie vite future. I numerosi mendicanti suscitano fastidio ed irritazione nei residenti e qualora presentano mutilazioni fisiche sono causa di fraintendimenti per i turisti che erroneamente suppongono che la mendicità di alcuni equivalga alla mendicità di tutti. Anziché costruire una “città gemella” per accogliere i “nuovi residenti” si è preferito innalzare grattacieli residenziali e così nelle strade non ancora ultimate a ridosso delle costruzioni già si sono installate le capanne e le bancarelle dei poveri, attratti dai nuovi complessi edilizi e dal miraggio di facili guadagni. Pur essendo sempre più contaminata dai poveri, tuttavia Bombay ha un suo fascino metropolitano e, soprattutto di notte, per via dei grattacieli perennemente illuminati, offre al visitatore uno spettacolo suggestivo ed insolito…

V. S. Naipaul non esita a confessare, nell’introduzione al libro dato alle stampe per la prima volta nel 1977 e uscito in Italia vent’anni più tardi, di avere un rapporto difficile con l’India, la terra dalla quale i suoi antenati partirono a metà del 1800 per raggiungere Trinidad – l’isola nel mar dei Caraibi dove lo scrittore è nato nel 1932 – e di non averla potuta visitare al pari di un semplice turista. Effettivamente è proprio questa la chiave di lettura del volume, che Adelphi ha pubblicato anche in ebook nel 2019. Il viaggio di Naipaul risale alla metà degli anni ’70 e così pure la conoscenza dei luoghi narrati nello scritto, mentre l’inchiostro che nutre la penna di dense considerazioni sullo sviluppo caotico della nazione che tutti i commentatori definiscono, per estensione e popolazione, un sub-continente, ha veramente poco di autenticamente “indiano” nel proprio retroterra culturale. In effetti, il concetto di “patria” non appartiene allo scrittore con riferimento a quel territorio che i suoi avi lasciarono a metà 800 quando l’India era colonia inglese e l’unico elemento identitario attraverso il quale penetra nel tessuto sociale del paese che visita per rappresentarlo ai futuri lettori è quello dell’induismo. L’autore, deceduto a Londra l’11 agosto 2018, difatti apparteneva ad una famiglia di bramini, la casta al vertice dell’organizzazione sociale indiana e dunque con l’orgoglio di appartenere ad una classe privilegiata, di aver compiuto ottimi studi in Gran Bretagna e di avere un civilissimo passaporto british, visita e descrive l’India. Ovviamente il Paese gli appare degradato e ferito, egli stesso ripetutamente si sente offeso per la moltitudine dei poveri che vagano per le strade e più che irritarsi per le enormi disuguaglianze sociali, con disappunto evidenzia che: “…le famiglie indiane sono ramificate, perciò un’unica stanza può ospitare anche otto persone; e ‘angoli’ e tratti di pavimento possono essere dati in subaffitto come nella S. Pietroburgo di Dostoevskji, oppure gli occupanti possono dormire a turno”. Ecco: il riferimento al romanziere russo, applicato alla città di Bombay, rappresenta in maniera sintetica l’ideologia di colui che con piglio aristocratico e distacco intellettuale ha narrato il paese. Oggi l’India si è emancipata dalle tristi etichette che in passato le venivano affibbiate dagli intellettuali occidentali e tuttavia le problematiche che V. S. Naipaul aveva individuato trenta anni fa quali elementi frenanti l’evoluzione sociale permangono identiche rischiando di determinare conflitti e rigide polarizzazioni tra i pochi ricchi e le estese masse contadine povere. Sia pur nel decorso di cinquanta anni dalla sua elaborazione, la lettura dell’opera del premio Nobel così incisiva e lucida, così disincantata e priva di indulgenza verso i governi post-coloniali e verso le ideologie gandhiane, si rivela dunque utile per comprendere la civiltà indiana più di un qualunque reportage giornalistico contemporaneo.



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER