Una lettera per Sara

Una lettera per Sara

L’ispettore Davide Pardo è tutto fuorché una persona abitudinaria; avrebbe davvero desiderato esserlo, ma il destino gli ha inflitto mille sgambetti che non gli hanno mai permesso di stare tranquillo ed avere una vita scandita da precise scadenze o, almeno, una vita senza imprevisti. C’è, tuttavia, un piccolo appuntamento al quale l’ispettore non rinuncerà mai: ogni giorno alle undici, con qualunque clima e qualunque incombenza professionale lo stia attendendo, ritaglia dieci minuti per sé, scende al bar e prende un caffè. Cascasse il mondo, quel rito è sacro ed irrinunciabile. Anche oggi, un lunedì d’aprile come tanti, l’ispettore è uscito dal commissariato e si sta muovendo in direzione del solito bar. Ma aprile, Thomas Stearns Eliot docet, è il mese più crudele e Pardo sta per scoprirlo. Sì, perché il suo rito del caffè sta per andare in malora: fa per accostare le labbra al bordo rovente di ceramica della tazzina che Peppe gli ha appena servito, quando una mano stringe il suo avambraccio, negandogli il contatto con l’agognata tazzina ed il suo contenuto. Questa interruzione non potrà che compromettere il rapporto tra temperatura, profumo e sapore del caffè e renderà, di conseguenza, quella giornata, e molto probabilmente l’intera settimana, un vero schifo. Quando poi realizza che la persona che gli ha appena rovinato la giornata altri non è che il vicecommissario Angelo Fusco – il suo diretto superiore nel periodo in cui si è consumato l’evento che ha compromesso la carriera di Pardo – l’ispettore fatica a nascondere il suo sconcerto. Fusco è l’ombra di se stesso, è dimagrito e fiaccato e rivela, senza troppi giri di parole, di essere malato terminale e di avere ancora poco tempo. Ma gli serve un favore, subito. Antonino Lombardo, detenuto in punto di morte, ha chiesto di incontrarlo e solo Pardo può aiutarlo ad avere un colloquio, prima che sia troppo tardi. Pardo non sa che fare, la cosa non è facilmente realizzabile e poi non ha troppa voglia di essere invischiato in una questione del genere; così temporeggia, temporeggia e Lombardo muore. E ora che si fa? Come riparare al danno? L’unica che può aiutare l’ispettore è Sara Morozzi, l’ex agente dell’unità più segreta dei Servizi, l’unica in grado di interpretare il linguaggio del corpo o di leggere le labbra, pur rimanendo del tutto invisibile…

Dopo Sara al tramonto e Le parole di Sara, Maurizio de Giovanni torna con il terzo capitolo della serie noir al femminile dedicata a Sara Morozzi – donna forte contro la menzogna che vive in un presente sospeso perché prigioniera del proprio passato, consapevole dei propri sbagli e dell’incapacità di voltare pagina – alle prese questa volta con una caso estremamente delicato, che affonda le sue radici nella memoria, in un passato che si vorrebbe non rivangare, in episodi che l’intero Paese ha preferito chiudere in una piccola stanza della quale la chiave è misteriosamente sparita. La storia, che prende spunto dalla vicenda di Graziella Campagna – a cui l’autore dedica il romanzo –, uccisa per mano mafiosa a soli diciassette anni nel 1985 per essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, racconta di una lettera mai giunta a destinazione, di parole scritte mai univoche, di una libreria d’altri tempi, di un anziano carcerato che non riesce ad alleggerirsi la coscienza ma è in grado di smuovere le sinapsi di Sara, donna di mezza età, con un passato discutibile ed un carattere tutt’altro che malleabile. Sara, però, è meno sicura del solito, meno irremovibile, più vulnerabile; ha capito che si tratta questa volta di un’indagine pericolosa, nella quale dovrà mettere in discussione le scelte del passato e, soprattutto, l’integrità di chi ha sempre considerato al di sopra di ogni sospetto. E nutre un po’ di timore, ma è sempre e comunque una persona che ha scelto di non mentire e non si ferma: anche il più vago dei sospetti la pone dinanzi a mille interrogativi e, in un alternarsi tra passato e presente, riesce a trovare il bandolo di una matassa alquanto intricata e a risolvere un cold case che, forse a causa di scelte casuali o legate a chissà quale contorta logica di insabbiamento, sembrava destinato a restare tale per sempre. De Giovanni si dimostra ancora una volta un grande “raccontatore di storie”, come lui stesso ama definirsi, una penna eclettica, coraggiosa ed arguta che non ha paura di mettersi in gioco, di proporre nuove categorie di personaggi – come Sara Morozzi, appunto, ben diversa e più ingombrante dagli ormai famosissimi commissario Ricciardi e ispettore Lojacono – e di esplorare nuovi percorsi di scrittura.



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