Una sconfinata giovinezza

Lino Settembre ha sessantacinque anni e li dimostra tutti, con quella faccia segnata da chi nella vita ha ricevuto ben poco in regalo. Rimasto orfano a dodici anni, è stato cresciuto da una zia materna a Case Mazzetti, una frazione di Sasso Marconi situata sull’Appennino bolognese, prima di frequentare il collegio ed ottenere un diploma in ragioneria. Fin da piccolo ha nutrito una profonda passione per il calcio ma, consapevole di essere tutt’altro che talentuoso, ha preferito, anziché rincorrere il pallone, scriverne, fino a diventare collaboratore del quotidiano sportivo bolognese “Lo Stadio”, facendosi parecchio apprezzare per la sua scrittura mordace e precisa. L’incontro del tutto casuale con la bella Francesca Reatti, per tutti semplicemente Chicca, gli ha cambiato la vita. Tre anni interi gli sono serviti per conquistare quella splendida ragazza, appartenente ad una delle famiglie più in vista della capitale, in un andirivieni tra Bologna e Roma che solo una persona innamorata pazza poteva sostenere. Quando finalmente si sono sposati, Lino ha accettato di trasferirsi a Roma e di entrare a far parte della redazione de “Il Messaggero”, mentre Chicca ha cominciato ad insegnare Filologia medievale alla Sapienza. Da allora di tempo ne è passato tanto e il fatto di arrivare da due mondi culturali così lontani, oltre al cruccio di non aver avuto figli pur desiderandoli immensamente, anziché allontanarli ha cementato moltissimo l’unione tra i due, rendendola quasi impenetrabile. Ultimamente, tuttavia, la serenità di Chicca è oscurata da una costante preoccupazione: capita sempre più spesso che Lino sia colpito da episodi di smemoratezza. All’inizio i due ne ridevano insieme, ma ora Chicca si rende conto che il marito cerca inutilmente nella sua memoria alcuni vocaboli e, allo stesso tempo, mostra insofferenza nei confronti di chi vuole prestargli soccorso…

Ci sono malattie che non solo devastano fisicamente e psicologicamente gli individui, ma che provano anche - e spesso riescono nel loro intento - a reciderne i legami affettivi. Chicca e Lino sono una coppia rodata, sposata da anni; il loro legame è solido ed inoppugnabile, nonostante la mancanza di un figlio, fortemente desiderato ma mai arrivato. Quando la malattia - una di quelle malattie subdole, perverse e devastanti che impone di ridisegnare e ridefinire anche i rapporti del malato con coloro che lo circondano e lo amano - colpisce Lino, il confine tra passato e presente si fa sempre più indistinto, i ricordi del tempo che fu invadono la sua quotidianità e finiscono per sovrapporsi ad essa, i suoi atteggiamenti a poco a poco regrediscono, gli sguardi e le movenze diventano sempre più infantili ed i ricordi legati al periodo trascorso da bambino, sull’Appennino bolognese presso gli zii materni, invadono la sua mente e la occupano completamente. E Chicca come reagisce a questa regressione irreversibile del marito? Pur devastata dal senso di impotenza e di fallibilità nei confronti della situazione, la donna non si scoraggia e, smessi gli abiti di moglie e compagna di vita, indossa i panni di madre attenta alle esigenze di un uomo che, di giorno in giorno, assomiglia sempre più a un bambino, a quel figlio che non ha mai avuto. L’amore coniugale si fa amore filiale, quindi, in una storia commovente che rivela il pregevole talento narrativo di Pupi Avati - sul suo talento cinematografico inutile discutere - che è riuscito ad affrontare il tema della malattia senza scadere, nonostante il rischio fosse ben presente, in un patetico sentimentalismo, ma raccontando con delicata tenerezza una storia che si muove all’inverso e che mostra un percorso affettivo capace di trovare nell’oblio nuovi modi per volersi bene e per occuparsi l’uno dei bisogni dell’altro. Una lettura struggente di cui, manco a dirlo, Avati nel 2010 ha realizzato una trasposizione cinematografica, con Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio nel ruolo dei protagonisti.

 


 

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