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Uomini e caporali

Uomini e caporali

In un angolo brullo del cimitero di Orta Nova, in quel Tavoliere delle Puglie teatro di ingiustizie e violenza rurale, sorge la tomba di Miroslaw, un bracciante polacco schiavizzato dai caporali nella raccolta dei pomodori. Lo hanno trovato con la testa schiacciata da un camion. Forse non è stato neppure un incidente, forse è stato ammazzato, ed è verosimile che i familiari lo stiano ancora cercando. È uno dei nuovi schiavi, uno dei tanti che finisce sepolto, con una croce di ferro piantata in terra con la scritta “sconosciuto”. Ma Arkadiusz, Wojcech e Bartosz, studenti polacchi ventenni, loro ce l’hanno fatta. Il 4 agosto del 2005 salgono su un pullman diretti in Puglia. Li attende la raccolta dei pomodori, una specie di vacanza-lavoro per pagarsi gli studi. Ma nel cuore delle campagne della Capitanata, lungo la statale 16, scoprono una realtà diversa da quella prospettata dall’organizzatrice del viaggio, la “procacciatrice di uomini”, una giovane donna dai capelli biondi e lo sguardo gelido. Ridotti in schiavitù, sotto il brutale controllo di un caporale polacco, detto “Il Cane”, braccio destro di un altro connazionale, dopo appena due giorni capiscono che l’unico modo per salvarsi è fuggire. Il pomeriggio del 10 agosto raggiungono il consolato polacco a Bari e qui presentano una denuncia scritta. Per la prima volta viene squarciato il velo scuro di omertà e paura intorno alle condizioni dei braccianti. Il loro gesto consente di organizzare, qualche giorno dopo, un blitz dei carabinieri al Paradise, in una frazione di Orta Nova, dove vengono liberati più di cento braccianti (tutti polacchi, e solo una piccola minoranza di slovacchi). Al blitz intervengono Domenico Centrone, console onorario della Repubblica di Polonia per la Regione Puglia, accompagnato da un magistrato polacco. In seguito altri braccianti denunciano la riduzione in schiavitù nei campi. Il caporalato violento è smascherato…

Senza dubbio la “civiltà contadina” di cui scriveva Carlo Levi non è morta, ma sono solo cambiati i protagonisti. I vecchi braccianti e i vecchi caporali hanno lasciato il posto ai nuovi arrivati, per la maggior parte provenienti dal Terzo Mondo africano o dall’ex Secondo Mondo, gli Stati neo comunitari, le regioni più povere dell’Unione Europea (Polonia, Romania, Bulgaria, Slovacchia, Lituania). Questa lenta rivoluzione antropologica del mondo rurale del Mezzogiorno, diventata una nuova realtà sociale, culturale e lavorativa, nulla ha cambiato delle leggi antichissime, di quel mondo pugliese di “laggiù” dominato da violenze, soprusi e condizioni disumane. L’inferno in cui viveva il popolo di formiche di cui parlava Tommaso Fiore, continua ad essere divorato da fiamme sempre più feroci, le povere anime sono prigioniere di un girone dantesco transazionale, che abbraccia Spagna, Germania, Inghilterra. Ad intraprendere questo “Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” è Alessandro Leogrande, intellettuale e scrittore di spicco, prematuramente scomparso nel 2017. Uomini e Caporali è una riflessione lucida, puntuale e critica sul nuovo caporalato globale nel Sud, nella Capitanata, dove non c’è più alcun argine al peggiore sfruttamento, dove la degenerazione in schiavismo è senza ostacoli. Con lo stile del reportage narrativo, nota peculiare della sua scrittura, l’autore descrive il fenomeno in tutte le sue declinazioni, evidenziandone i punti di forza e di debolezza, le differenze rispetto al caporalato classico. Le considerazioni sociopolitiche, antropologiche e sul piano giudiziario (soprattutto le vicende processuali), ma anche intorno alle cause di questo microcosmo subumano, di queste “istituzioni totali”, lasciano riflettere, senza offuscare però la narrazione delle singole vicende umane nella loro tragicità. Il risultato è che le storie dei più deboli, degli ultimi, continuano a polarizzare l’attenzione del lettore. È la “degradazione dell’uomo, dei corpi e delle speranze”, il fatto che “nel XXI secolo possano ancora esistere campi di lavoro e gente ridotta in schiavitù”, (secondo le parole di Ludwik Dorn, ministro dell’Interno polacco), l’accettazione sociale e culturale del fenomeno, che non possono e non devono lasciare indifferenti. Colpisce che il caporalato schiavistico postmoderno diffuso nella Capitanata, non è poi molto diverso dall’impiego degli schiavi nelle farms degli stati americani del Sud, già denunciato da William Fogel e Stanley Engerman nel 1974 in Time on the Cross. The Economics of American Negro Slavery. Certamente non è possibile riassumere i molteplici aspetti del caporalato presi in esame in Uomini e caporali, e dunque solo leggendo questo libro si potrà apprezzare la funzione sociale della narrazione di Leogrande, risultato di profondità informativa e piacevolezza dello stile, firma di un intellettuale brillante.