Viaggio a Norimberga

Tutte le persone che fanno un lavoro regolare, quelle che sono occupate ogni giorno dalle otto alle due, quelle abituate a intraprendere lunghi viaggi dall’oggi al domani senza che venga loro anticipato alcunché, quelle per le quali un pomeriggio occasionalmente libero viene vissuto come un piccolo miracolo, quelle che vivono ogni cosa, anche i piaceri, sempre con l’immancabile orologio tra le mani, non possono avere la benché minima idea di quanto sia oziosa, dissipata, sregolata e umorale la discutibile vita di uno scrittore. C’è da dire, a onor del vero, che alcuni scrittori si dedicano alla loro professione con lodevole regolarità e costanza. Hermann Hesse, no, non rientra in questa categoria, anzi probabilmente nessun uomo onesto e laborioso sarebbe più disposto a stringergli la mano se sapesse che per lui il tempo non ha alcun valore e se fosse a conoscenza di come lui sprechi i giorni e le settimane, tra sperperi e insulsaggini. Se ritiene che una giornata sia troppo bella per occuparla lavorando, se ne va a spasso, dipinge, ozia o si dedica a qualunque cosa possa, secondo lui, rendere omaggio a tanta bellezza. Se, viceversa, una giornata gli pare troppo grigia e cupa per lavorare, allora la trascorre leggendo sul divano, oppure disegnando con le sue matite colorate, o ancora dormendo. Dunque, per un fannullone come lui, nulla è più odioso che sapere, con anticipo di settimane o addirittura di mesi, che in questo o quel giorno preciso sarà occupato in questo o quel lavoro già fissato. Ecco perché ha fatto così fatica ad accettare l’invito a recarsi a Ulma per tenere una lettura, ma alla fine ha ceduto, anche perché il piccolo borgo svevo si trova piuttosto vicino a Blaubeuren, luogo in cui vive un caro amico che da tempo anela una sua visita. Gli hanno comunicato che la conferenza si terrà a novembre, quindi c’è ancora tempo e, quando sarà il momento, se proprio non se la sentirà, potrà sempre mandare un telegramma per disdire…

Si scrive Hermann Hesse e si legge Siddharta, si sa. Il nome del poeta, scrittore e filosofo tedesco naturalizzato svizzero e insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1946 è legato soprattutto al suo più famoso lavoro, quello che spesso ci si vanta di aver letto, anche se non sempre è vero, perché è un must. Ma per trovare l’anima di Hesse ci si può affidare anche alla lettura di questo breve resoconto di un viaggio in treno, un itinerario che attraversa diverse città della Svizzera e della Germania e si conclude a Norimberga, in Baviera. L’occasione è una serie di conferenze e letture pubbliche che l’autore è stato invitato a tenere e che ha finito per accettare, lui così amante della solitudine e dell’isolamento, di malvoglia e quasi per sfinimento. Comincia quindi un viaggio nei luoghi che hanno segnato momenti importanti del suo passato e della sua gioventù, tra l’incontro con cari amici di un tempo - che si ritrovano esattamente uguali a com’erano eppure altrettanto diversi - e la scoperta di modernità strabilianti e soffocanti allo stesso tempo. Il resoconto si mantiene sempre in bilico tra stupore e insofferenza e rivela di quanta ironia e di quanto sarcasmo fosse ricca la personalità di Hesse. Perle autobiografiche che strappano sorrisi e a volte anche risate piene; pagine che raccontano la quotidianità di un uomo che si ricongiunge con il proprio passato - attraverso colori, odori e suoni di un mondo vissuto anni prima e mai del tutto dimenticato - e ha una volta ancora la conferma di aver scelto lo stile di vita giusto per sé, defilato e lontano dalle convenzioni. Una lettura necessaria, sia per i fedelissimi di Hesse, sia per chi lo conosce meno o per chi, addirittura, non lo conosce affatto. Poche pagine, asciutte e profonde, capaci di svelare l’anima del vero viaggiatore, un umile pellegrino capace di accontentarsi di “pane di segale e fiabe; di sogni e di pan pepato”.

 


 

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