Viaggio segreto a Lhasa

Viaggio segreto a Lhasa

Là, in estremo Oriente, tra le montagne più alte del nostro mondo, tra le nevi e i ghiacci, o tra altissimi altopiani spogli, senza alberi e fiori, e spesso senza vita, scombussolati soltanto da venti gelidi, scudiscianti e potentissimi; là, tra India e Cina, esisteva una nazione millenaria, fredda, spopolata e tuttavia scintillante di singolare spiritualità e solarità, e ciò a dispetto o forse a ragione dell’estrema povertà della sua gente, che davvero nulla aveva. Là in Tibet un uomo su quattro era monaco buddista; due su quattro erano nomadi e campavano di pastorizia; si tendeva a vivere raccolti in monasteri e villaggi, poche erano le città. Supremo comandante della nazione era il Dalai Lama, massimo sacerdote e imperatore a un tempo, incarnazione della divinità; abitava a Lhasa, la Città Segreta, venerato dal suo popolo. Per noi occidentali quella terra era così lontana e così inaccessibile che giuravamo fosse incantata; sino a poco più di cento anni fa, tutte le mappe erano sballate o imprecise. Così era da secoli e secoli. Da sempre, si può dire. A spezzare l’incantesimo fu, nel Novecento, l’intraprendenza, l’ambizione e la tenacia di uomini come William McGovern. Questo libro, datato 1924, è il suo diario di viaggio. In quell’epoca, il Tibet era indipendente e sovrano, così come doveva rimanere in eterno, per evitare una catastrofe antropologica, quella capitata poi per mano cinese; il Tibet si stava aprendo, cum grano salis e con saggia ed endemica lentezza, alla modernità e alle tecnologie; teneva a bada come poteva l’insolente e prepotente vicino, il Dragone cinese; scrutava con sentimenti contrastanti e comunque con legittima diffidenza i comportamenti delle nazioni occidentali e della Russia. In India, intanto, Gandhi scuoteva i sentimenti di un popolo fratello, insegnando e restituendo la strada della libertà. McGovern, da antropologo, profondamente affascinato dai tibetani, voleva raccontare costumi, lingua e letteratura tibetana e rivelare segreti, spirito e visione di quella nazione, così legata alla fede nella metempsicosi e così singolare nella sua commistione di antico sciamanesimo e buddismo. Forte delle pionieristiche esperienze di differenti precedenti spedizioni, seppe valicare un passo a 5.500 metri di altezza, in pieno inverno, mascherato o meglio mimetizzato da coolie tibetano; potè così entrare nel cuore del Paese. Non passò del tutto inosservato; venne tollerato e sorvegliato, passo passo, sin quando non si rivelò spontaneanamente alle autorità, a Lhasa. Dopo poche settimane, venne scortato indietro in India. In quel lasso di tempo, aveva potuto osservare sul campo la vita del popolo tibetano, aveva potuto dialogare con decine di persone e aveva potuto raccogliere manoscritti di apprezzabile o singolare valore...

To Lhasa in Disguise. A Secret Expedition Through Mysterious Tibet [1924] appare in edizione italiana a un secolo di distanza, nel 2020, nella collana “Diari Occidente Oriente” della ObarraO, in un’edizione inspiegabilmente priva di una prefazione o di una postfazione e corredata da una manciata di foto in bianco e nero, piazzate con poca convinzione in appendice. Peccato, perché probabilmente, presentato così, può disorientare o respingere i neofiti: le 400 pagine di reportage d’antan, irrimediabilmente invecchiato e anzi cristallizzato in un passato probabilmente irripetibile, costituiscono a questo punto una ragione di fascino per i simpatizzanti della causa tibetana, per gli antropologi e per qualche orientalista; a loro sarà saggio anticipare che McGovern non è un fratello dei tibetani, non è empatico e non è un iniziato; è un occidentale di estrema sottigliezza, buona astuzia e robustissima erudizione. Il testo ha una buona tenuta e riesce ad abbinare una buona e speziata aneddotica (sugli yak, sugli yeti, sui cani, sulla scarsa o nulla igiene dei poveri tibetani, sulla scarsa o povera medicina locale, sulla visione del mondo o meglio “dei forestieri” dei tibetani dell’epoca, sulle infezioni e sulle malattie, sulla mortalità, etc.) alternata a diverse osservazioni politiche o strategiche in genere, probabilmente oro per l’intelligence americana (e inglese) dell’epoca e forse parzialmente utili ancora adesso, per varie ragioni. Qualche cenno sull’autore. William Montgomery McGovern (New York, NY, 1897 – Evanston, Illinois, 1964) passò la sua adolescenza in Asia. Ventenne, diventò dottore in Teologia presso il monastero buddista Nishi Hongan-ji di Kyoto; successivamente, approfondì i suoi studi in lingue e culture asiatiche alla Sorbona, a Berlino e a Oxford. Post lauream, s’avventurò in Tibet; più tardi, in Amazzonia e Perù, esperienza poi estetizzata in Jungle Paths And Inca Ruins [1927]. A trent’anni fu nominato curatore al dipartimento di Antropologia del Field Museum di Chicago; più avanti, professore di Scienze Politiche all’Università di Northwestern (Illinois). Durante la Seconda Guerra Mondiale, riservista nell’Intelligence della Marina statunitense, relazionava quotidianamente il Presidente Roosevelt e lo Stato Maggiore. Parlava dodici lingue. È possibile che McGovern sia stato almeno una delle figure che hanno ispirato il giovane George Lucas, padre di Indiana Jones. Veniamo adesso a una mappatura delle pubblicazioni d’argomento tibetano disponibili qui in Italia, a beneficio dei reincarnati, degli appassionati e dei neofiti. Opportuno partire da un saggio come quello di Peter Hopkirk [1930-2014], Alla conquista di Lhasa, Adelphi, 2008; originariamente apparso in patria nel 1982, rievoca la "corsa al Tibet" di fine Ottocento-primo Novecento, restituendo nomi cognomi compagnie nazionalità e giochi di potere d’antan; così facendo, allude o forse insiste su un altro e probabilmente più profondo e pericoloso "Grande gioco" delle civiltà. A quel punto, io passerei a tre diversi libri della seducente Alexandra David Néel [1868-1969], sciamanica e bizzarra avventuriera francese, prima donna occidentale in Tibet: si parte da Nel paese dei briganti gentiluomini [Voland, 2000], diario del suo primo viaggio verso Lhasa, da pellegrina; complementare, quindi, il riuscito Viaggio di una parigina a Lhasa [Voland, 2008], e ideale l’iniziatico Mistici e Maghi del Tibet [Astrolabio, 1965]. Solo adesso leggerei, come divagazione e distrazione o magari come utile primo confronto con il materiale già interiorizzato, il saggio dell’americano McGovern. Poi finalmente viene l’intelligenza italiana: segnalo almeno un libro di Giuseppe Tucci, Il Paese delle donne dai molti mariti, oggi in Neri Pozza, 2005, che va letto prima del fondamentale e stupendo lavoro del suo ex amico diventato rivale per ragioni sentimentali, l’outsider Fosco Maraini: Segreto Tibet, ultima edizione una superba Corbaccio illustrata, è la storia del “più grande piccolo popolo del mondo” e di quell’italiano che ha dato loro l’eternità, parlandone con grazia e fraterna dolcezza. Maraini ha quella pietà, quella gentilezza e quella comprensione che McGovern non potrà conoscere mai. Racconta il Tibet come era prima del disastro cinese. A questo punto, suggerisco due ultime letture tibetane, più vicine alla nostra epoca. C’è un lavoro illustrato, opera di Tiziano Terzani, dedicato a quella parte di Tibet rimasta intatta, perché territorialmente nepalese: si chiama Mustang. Un viaggio ed è stato pubblicato da Fandango nel 2011. Va affiancato a In Tibet. Tra uomini e dei di Silvia Vernetto, una Lindau, 2008, che racconta ciò che rimane del Tibet nell’odierno Tibet. A questo punto vorrei segnalare almeno dei libri fotografici o illustrati, in genere; mi fermo, invece, preferendo augurarvi buona ricerca. Andate piano, “festina lente”.



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