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Villa Diodati Files - Il primo Frankenstein (1816-1817)

Ha sogni di gloria il giovane Robert Walton nell’intraprendere un viaggio diretto al polo, sperando (siamo alla fine del ‘700) di invenirvi “una terra di bellezza e di gioia” e di riuscire a svelare il segreto che attrae l’ago della bussola. Un giorno lui e i marinai avvistano una slitta alla deriva su un blocco di ghiaccio. Vi giace un uomo stremato dalla fatica che, convinto a salire a bordo, narra a Walton quale terribile vicenda l’abbia portato in quei luoghi inospitali. Il suo nome è Victor Frankenstein, ginevrino di nascita. Appassionato di filosofia naturale, è in procinto di partire per l’Università di Ingolstadt per proseguirvi i suoi studi, ma la perdita improvvisa della madre segna profondamente il corso dei suoi interessi. Comincia a indagare sulle cause della vita e della morte, finché dopo mesi trascorsi in cripte e obitori compiendo esperimenti sui cadaveri, scopre come animare la materia esanime e decide di sperimentare il suo potere su un corpo che, per velocizzare il lavoro, realizza assemblando parti di enormi dimensioni. Quando però l’essere volge per la prima volta su di lui un occhio stupido e giallastro e gli appare in tutta la sua sgraziata bruttezza, lo scienziato prova un orrore indicibile e fugge. Da quel crudele rifiuto ha inizio la tragedia della creatura a cui non si degna neppure di dare un nome, e della vendetta che il suo incauto parto di laboratorio perseguirà contro di lui colpendolo negli affetti più cari...

La storia del dottor Frankenstein e del suo mostro è nota, complici anche le trasposizioni cinematografiche, dal Frankenstein di James Whale al parodistico e geniale Frankenstein Junior di Mel Brooks. Qui possiamo leggere per la prima volta in italiano il Frankenstein originale scritto da Mary Shelley nella versione non ancora riveduta e corretta dal marito Percy Bysshe Shelley. Un testo, a detta di Franco Pezzini, autore della prefazione, “più rozzo e imperfetto ma più coerente, fresco e vivido”. La vasta introduzione di Danilo Arona ricostruisce fatti e retroscena della notte a Villa Diodati dove, fra il 16 e il 17 giugno 1816, Percy e Mary, la sorellastra di lei Claire Clairmont, Byron e il suo medico personale Polidori, si sfidarono a scrivere ognuno un racconto di fantasmi. A giocare un ruolo significativo fu il pessimo clima della cosiddetta haunted summer, ossia la sequenza di calamitose intemperie che colpì l’Europa in seguito all’eruzione del vulcano Tambora. La pioggia incessante, i tuoni e i lampi che squarciavano il cielo contribuirono a suggerire agli ospiti di Villa Diodati immagini fosche di tenebre e rovina. In quest’atmosfera da incubo Mary Shelley concepì la sua opera inquietante, problematica, sicuramente il miglior frutto letterario uscito da quella reunion di talenti suggestionati dal maltempo fuori dall’ordinario e dalla conseguente reclusione forzata. La ricca quantità di materiali che completa il volume consente di contestualizzare un grande classico, che a un’attenta lettura si presenta non tanto come apologo contro il delirio di onnipotenza della scienza, ma piuttosto come una riflessione sulla responsabilità del creatore (con iniziale minuscola o maiuscola, a piacere) verso la creatura che ha gettato a viva forza nel mondo, che non gli ha chiesto di esistere e che reclama a ogni costo la sua parte di felicità. Possiamo in coscienza darle torto?