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Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

A saperli riconoscere certi segni neri è possibile cambiare rotta ad un’esistenza? È questa la domanda che Bonfiglio Liborio, ormai ottantaquattrenne, si pone seduto al tavolo sgarrupato di casa sua, impugnando una Bic nera come fosse uno spauracchio per far arretrare la morte e convincerla, con quegli occhi cerchiati di nero che si ritrova, a fargli dono di qualche ora perché un racconto raffazzonato della sua storia riesca pure a metterlo insieme. È in una tempestosa notte d’agosto del 1926 che Liborio fa il suo ingresso nella vita. Nasce, mancando i tempi, in una stanza squallida d’un piccolo comune abruzzese al lume delle candele che nonno Peppe, socialista (però di Nenni) è riuscito a rimediare. Nasce tra un’invettiva e l’altra contro don Nicola, il medico condotto che chissà in quale caffè se ne sta e contro quella povera donna di commar’Elisa, la levatrice, che pure i guai suoi ce li ha. Al comune lo dichiarano come Liborio Bonfiglio, col riccioletto sulla o. Bonfiglio come la madre perché il padre Liborio non l’ha mai visto, sperduto in chissà quale angolo di mondo; qualcuno dice partito per l’America o l’Argentina, forse morto come tanti poveri cristi in una taverna di paese o caduto da un’impalcatura. L’unico dato certo, a sentir sua madre, è che aveva gli occhi uguali ai suoi ed è per questo che ancora adulto indugia dinanzi allo specchio in cerca di segni-ponte che lo orientino e lo proiettino oltre l’incertezza della sua esistenza di cocciamatte. Presto orfano, le miserie e gli stenti lo costringono ad abbandonare la scuola e a trovare impiego dapprima presso il funaro del paese, uomo abbruttito dall’attitudine al comando, poi presso la barberia di don Girolamo. Ma la guerra si è lasciata alle spalle fame e macerie e Liborio prende a viaggiare lungo lo Stivale trovando i più svariati impieghi col cruccio sempre vivo dello scacco ricevuto da una giovane compaesana, Giordani Teresa, poi Giordani Teresa in Maccarone che gli ha preferito lo stoffaro del paese…

Attraverso le alterne vicende e i frequenti rovesci di fortuna di questa figura di irregolare, Remo Rapino ci consente di ricostruire la storia del nostro Paese e lo fa servendosi di una lingua inedita nel panorama della nostra letteratura, un impasto riuscitissimo di dialetti del centrosud, primo fra tutti quello abruzzese (benché mai esplicitamente menzionato non è difficile riconoscere nella città natia di Liborio quella di Lanciano) ma pure quello campano, varie forme di italiano regionale oltre a numerosi neologismi ed espressioni onomatopeiche (si pensi ai suoni della vita di fabbrica “bistanclaque, bistanclaque, bistanclaque” e “tata tatan tatatan” disseminati lungo tutto il romanzo). Così un Liborio decenne, inappuntabile nella divisa da giovane balilla, ci fa assistere alle cerimonie e ai comizi del Duce, diciassettenne lo ritroviamo caracollante e disperato per i vicoli del paese durante gli attacchi tedeschi alla città. Il 5 e 6 ottobre 1943 ci offre un racconto commosso della rivolta lancianese ai tedeschi e ancora delle forme di resistenza degli operai al capitalismo selvaggio. Non stupisce, dunque, che l’opera abbia ottenuto il Premio Campiello, sia stata candidata allo Strega e arrivata tra i finalisti nella sezione narrativa del Premio Napoli.