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Vitamore Vitamorte

Vitamore Vitamorte
Genere
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Articolo di
Ernesto (Sparalesto: dai che lo avete pensato tutti) non fa un mestiere allegro, anche se lui non lo vede poi così triste. Nella sua solitudine ci sta bene, si è creato negli anni una sorta di bozzolo e ci vive tranquillo. Anzi ama la Solitudine - non è un refuso la maiuscola, è proprio la Solitudine - non è che non ami la compagnia, ma predilige quella dei suoi “clienti”: piccolo particolare, la sua è un’attività di pompe funebri e di conseguenza i suoi clienti sono in genere… morti. Ma Ernesto non ha paura della morte, la identifica con i morti e ci parla. Secondo lui poi non sono monologhi - al tempo, però - non è matto e sa perfettamente di interpretare tutte e due le parti, ma queste “conversazioni” gli danno modo di confrontarsi, sia pure se con se stesso, e di avere diversi punti di vista. Non è mai stato un gran casinaro, alto e pallido al punto che ha deciso di farsi crescere la barba per imbrogliare un po’ e non sentirsi chiedere sempre se per caso non sia malato. Un rapporto un po’ così con il padre, un po’ così nel senso che da anni non si parlano, nessun afflato amoroso. Poi un giorno, improvvisamente fuori dalla porta dell’ufficio, una visione, almeno per la velocità dell’apparizione e sparizione, una visione coi colori del sole. E dopo qualche tempo alla visione - che si chiama Agata - muore uno zio e lei entra oltre che nell’ufficio nella vita di Ernesto…
Un libro divertente, nonostante si racconti della morte. Angioletti tratta un argomento delicatissimo con una leggerezza non comune, e leggera per quanto spietata è l’autoanalisi che Ernesto fa nel raccontarci la sua vita. Una vita quasi da disadattato che si è scelto e che lo mette in qualche modo al riparo dal dolore che inevitabilmente segue o precede la gioia. I suoi compagni di viaggio – quelli vivi – don Fran ce sco (nessun refuso nemmeno stavolta, il nome è scandito così dallo stesso prete), con cui scambia nascosti sorrisi e cenni di saluto quando si incontrano in chiesa o al camposanto, e Tarcisio, custode del cimitero che ogni sera infila la testa nella porta chiedendo se è morto qualcuno, e nella sua ingenuità strappa sorrisi e qualche risata con le risposte surreali alle svariate morti che gli annuncia Ernesto, siano esse la Solitudine, la Voglia di divertirsi o di persone vere. È profonda e dolorosa la storia di Ernesto, uno che inciampa suo malgrado nell’amore, ne viene travolto e grazie a questa nuova dimensione rivoluziona letteralmente la sua vita fino a ritrovare il padre giusto un momento prima di perderlo, fino a pensare di poter avere un futuro; fino a decidere che non è sicuro di volerlo. Un libro per tutti, per chi ama la bella scrittura senza concessioni all’autocompiacimento, per chi ama l’ironia che non diventa sarcasmo, per chi ama le storie d’amore e i viaggi dentro noi stessi. Sconsigliato solo a chi cerca un lieto fine classicamente definito.