Vite scritte

Vite scritte

Si dice che William Faulkner avesse la capacità di astrarsi nella scrittura e nella lettura, tanto da riuscire a scrivere Mentre morivo mentre lavorava in una miniera, con i fogli appoggiati sopra una carriola ribaltata. Nemmeno gradiva essere interrotto durante la lettura, tanto da perdere un impiego precedente presso un ufficio postale dell’università del Mississippi. Dovendo alzarsi di continuo per occuparsi dello sportello, preferiva gettare la corrispondenza direttamente nel secchio della spazzatura. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è uno dei pochi scrittori a non aver mai vissuto come tale. Non solo perché Il Gattopardo fu pubblicato sedici mesi dopo la sua morte, ma perché fin quasi alla fine dei suoi giorni non provò mai ad essere uno scrittore e visse dunque senza la consapevolezza di esserlo. Fu invece un insaziabile e onnivoro lettore, non solo delle opere considerate fondamentali, ma anche di quelle mediocri che leggeva con pazienza perché, diceva, “bisogna anche sapersi annoiare”. Arthur Rimbaud è lo scrittore precoce per antonomasia, sia nel cominciare che nell’abbandonare l’arte del poetare (attorno ai vent’anni). La sua metamorfosi da scrittore modello a dissoluto iconoclasta lo allontana da tutto e tutti (secondo le descrizioni dell’epoca, non si cambiava mai gli indumenti e pertanto aveva un pessimo lezzo, sui suoi giacigli lasciava i pidocchi, gran bevitore d’assenzio, insultava tutti indistintamente). Nota è la sua tormentata amicizia con Paul Verlaine, che finì per ferirlo con un colpo di pistola, dopo un alterco. Muore a trentasette anni, ormai molto malato, congedandosi da un conoscente, che aveva osato parlare della sua poesia e letteratura, con queste parole: “che cosa importa più di tutto questo. Merda alla poesia.” Ratifica così un suo pensiero vecchio di anni, un appunto preso sopra la sua opera Una stagione all’inferno è cioè che “l’arte è una stupidaggine”...

Non solo Faulkner, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Rimbaud, naturalmente. Ma anche Conrad, Joyce, Henry James, Doyle, Stevenson, Mann, Nabokov, Rilke, Wilde, Kipling, Mishima e altri ancora: un piccolo compendio di aneddoti sulle vite di questi autori legati ciascuno a delle immagini che troverete all’inizio di ogni racconto. Perché, come sostiene Marías, nessuno sa che faccia avessero Cervantes o Shakespeare, ragion per cui alle loro creazioni non si accompagna uno sguardo personale, un volto definitivo, che sono affiancate invece a immagini attribuite dai posteri. Ciò causa una sorta di allontanamento dalle loro opere, slegate dalla testa che le ha composte. Una sensazione spiacevole forse anche frutto del nostro tempo, che ci fa sentire a disagio se non riusciamo ad attribuire un’opera ad un volto. Quello che Javier Marías, autore spagnolo di cui ricordiamo il recente Berta Isla, ci propone è, come dice il traduttore Glauco Felici nella postfazione, un vero e proprio gioco che ci può aiutare a colmare questa lacuna oltre che a introdurci nella vita personale dell’autore. La sola regola del gioco consiste cioè nell’immaginare che gli scrittori citati non siano solo autori ma veri e propri personaggi, anch’essi uomini e donne con emozioni, ossessioni, passioni e non solo nomi e cognomi, o date da ricordare. La selezione è ovviamente forzata, frutto cioè dei gusti personali di Marías che, nello scegliere scrittori e fotografie, si è dato due sole regole: che gli autori selezionati non siano spagnoli e siano morti. Il risultato è in un certo modo appassionante come la lettura di un romanzo. Gli autori gettano le loro maschere, si mostrano in tutta la loro fragilità, la loro follia. In pochi aneddoti riusciamo a dare un confine al mondo di luci e ombre entrate poi a far parte delle loro opere che, grazie a questo incontro di immagini e scampoli di vita, diventano più intellegibili e vicine a noi.



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