Vivere la musica

Vivere la musica

Roma. Sono le tre di notte, Francesco è appena rientrato dall’ultimo concerto del tour. Non ha sonno. Beve caffè, fuma sigarette. Il rientro a casa dopo il coinvolgimento sul palco con “la sua gente” lo lascia sempre svuotato specialmente quando tutta l’esibizione è stata vera, la musica così bella. Scivola nei ricordi. Francesco è stato un bambino punk: ossessionato dalla libertà, dall’immaginazione, schietto e sincero, dalla musica, principio e fine di tutto. Per parlare di musica senza pregiudizi bisogna tornare bambini, ascoltarla, suonarla, parlarne e essere felice come lo sarebbe un bambino. Ricorda una domenica mattina nella casa d’infanzia a Pisa, ha sette anni, la mattina presto viene svegliato dal rumore dell’accensione dello stereo in soggiorno, assonnato esce dalla camera e proprio nel momento in cui entra nella stanza una musica misteriosa e drammatica parte. I genitori sono in piedi, in silenzio, immobili, come assorti in un sogno, la melodia è bellissima, il tempo sembra fermarsi, Francesco si avvicina a loro e si abbandona all’ascolto di quella magia. Il Requiem di Mozart riempie la stanza e il cuore di incomprensibile gioia, Francesco ascolta e all’improvviso è solo al mondo. Sono insieme, ma ognuno è perso nella propria solitudine. La solitudine che non è solo una condanna all’isolamento dal rifiuto dell’altro o dalla volontà di guarire una ferita o contenere una rabbia furiosa, ma è anche un rifugio quando vogliamo assaporare una gioia, un amore. La solitudine è il punto di partenza...

Vivere la musica: affrontare gli ostacoli, i cattivi maestri e le folli regole del gioco è una sorta di biografia musicale di Francesco Motta, nato a Pisa nel 1986, che nel 2018 ha vinto il Premio Tenco e il Premio PIMI Speciale del Mei come artista indipendente italiano. Ha ancora trentaquattro anni, ma leggendo queste pagine pare ne abbia cinquanta, l’età in cui quasi tutti “fanno il punto”; quelle di Francesco sono le parole di chi ha già vissuto tanto, che è grato per quello che ha avuto nella vita, che è felice del presente e parla del futuro come opportunità di “vivere uno spaesamento, talvolta perdersi, quindi cercare la strada”. Tra le pagine si respira la passione per la musica, Motta invita il lettore, quasi lo prega, a riconoscersi il diritto alla libertà d’errore, ad apprezzare la bellezza dell’imperfezione, perché ciò che conta è essere “intonati rispetto alle stonature che sentiamo in noi. A tempo con noi stessi e accordati con il mondo”. Uno stile di scrittura molto schietto e a tratti poetico, per un testo che parte da memorie autobiografiche per dare una personale lettura sull’educazione musicale, sulla produzione della musica contemporanea, sulla ricerca di significato e sulla rivoluzione che ha provocato l’arrivo della dimensione digitale anche nel mondo della musica. “L’andare fuori tempo avvicina alla verità, è un altro strano prodigio della musica: spesso non è in grado di salvare chi la scrive, ma può aiutare tutti gli altri a stare un po’ meglio... Ho imparato che bisogna difendere la verità, la fragilità e anche l’errore”. Poi, alla fine, proprio con l’ultima parola del libro c’è il passaggio dall’io al noi: ripartiamo.



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