The weird and the eerie

The weird and the eerie

Cosa accomuna l’universo di H. P. Lovecraft al cinema di Stanley Kubrick? O l’album Grotesque (After the Gramme) del gruppo post punk dei The Fall a On Land di Brian Eno? L’ossessione per ciò che è strano, per ciò che sta al di là della conoscenza e dell’esperienza comune. Ma questa ossessione può essere declinata in due differenti modalità, il weird e l’eerie, le quali trovano spesso terreno fertile nella narrativa di genere, in particolare horror e fantascientifica. Entrambe permettono di osservare l’interno da una prospettiva esterna. Il weird «apporta al familiare qualcosa che normalmente si trova al di fuori di esso», è il nuovo che irrompe per sovvertire e rendere obsoleti i sistemi di riferimento su cui si faceva affidamento. L’effetto di shock che un’entità o un oggetto weird provoca è talmente inusuale da generare la sensazione che ciò che l’ha originato non dovrebbe esistere. Le storie di Lovecraft si focalizzano in maniera ossessiva sull’esterno che irrompe all’interno, privandolo di qualsiasi autorità. La prospettiva umana può ritagliarsi solo un misero angolino di competenza, assediata com’è dalle potenze mitiche e ancestrali che popolano l’universo. È il weird l’elemento in grado di aprire il passaggio dal nostro mondo verso gli altri e questo fa della soglia un elemento centrale nel concetto di weird, perché l’apertura verso l’esterno di un interno prima concepito come unico metro di giudizio della realtà dimostra l’instabilità di tutti i mondi. I modi per produrre un effetto weird sono numerosi: il grottesco inteso come mescolanza di forme umane, animali, fiori e frutti dei The Fall, il viaggio nel tempo e i paradossi temporali di Tim Powers, la demondificazione di Dick e di Fassbinder, il cinema di Lynch, sono tutti esempi di weirdness. La sensazione di eerie è invece molto diversa da quella di weird, poiché «si verifica quando c’è qualcosa dove non dovrebbe esserci niente, o quando non c’è niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa». Il lamento di un uccello (in inglese eerie cry) può lasciare trasparire che in quel verso c’è qualcosa di più che un semplice meccanismo biologico. L’eerie «implica inevitabilmente forme di congettura e suspense» ed è generato da enigmi e domande che, una volta risolti, fanno sparire il senso di eeriness. Oltre al mistero deve esserci anche un senso di alterità, cioè la sensazione che l’enigma potrebbe comprendere forme di conoscenza e percezione che travalicano l’esperienza comune. Di fronte a un complesso monumentale come Stonehenge, è l’eerie che ci fa porre domande come: che tipi di esseri hanno eretto questi monoliti? Quanto erano simili a noi e quanto erano diversi? Questi interrogativi implicano l’esistenza dell’agentività: l’eerie è scatenato quando un’entità sconosciuta dimostra la propria capacità di agire sulla realtà. Quando gli uccelli della Du Maurier (racconto da cui proviene il celebre film di Hitchcock) iniziano a seguire pattern comportamentali non accettati dal senso comune, o quando un’entità non meglio identificata prende possesso della mente del Jack Torrance di Kubrick in Shining, siamo di fronte a fenomeni di eeriness

La produzione critica di Mark Fisher si è sempre misurata con materiali eterogenei e apparentemente lontani tra loro. Tratteggiando il valore conoscitivo delle due categorie di weird ed eerie, Fisher non ha soltanto ribadito le proprie capacità di teorico – si legga Realismo capitalista per averne la riprova – ma ha anche gettato una luce nuova e liberatoria su quasi un secolo di produzione artistica; nuova perché weird ed eerie sono due categorie assolutamente originali, liberatoria perché si sentiva la necessità di una prospettiva che ci districasse da una produzione critica da tempo fossilizzata su posizioni ormai arretrate. Il metodo di Fisher è interessante soprattutto perché non ragiona per gerarchie: un album punk ha lo stesso valore di un romanzo letterario, come di un film d’autore. Ciò che accomuna manifestazioni artistiche apparentemente così lontane l’una dall’altra è proprio la necessità di interrogare la nostra realtà, per abbattere dalle fondamenta la prospettiva umanistica in cui ancora siamo immersi. C’è qualcosa che abita altrove, oltre le nostre limitate convinzioni umane, qualcosa che a volte si apre alla nostra percezione, ma non ci offre facili risposte. Questo qualcosa può terrorizzarci o deliziarci, ma soprattutto ci rende consapevoli di non essere i depositari della conoscenza dell’universo. Non sappiamo se le categorie di weird ed eerie saranno mai recepite dalla critica, ma possiamo affermare con certezza che Mark Fisher, suicidatosi nel 2017, mancherà sia come teorico che come osservatore del nostro essere nel mondo.



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