A seguito del crollo dei regimi comunisti, Sylvie è entusiasta perché ora la sua amica Irena, fuggita da Praga per motivi politici e da venti anni in esilio in Francia, potrà finalmente ritornare a casa. Irena la pensa in modo diverso perché sente che casa sua è a Parigi, non a Praga: è nella città francese che ha incontrato Gustaf, il suo compagno di origine svedese, è qui che vive e lavora, è qui che ha cresciuto le sue figlie. Quando alla fine Irena torna in effetti a Praga, sulle prime si trova a disagio. Fa caldo, il tailleur che indossa è troppo pesante e lei deve comprarsi un abito più leggero in un negozio locale, ancora poco provvisto di capi occidentali. Tutti i vestiti che prova hanno gli stessi tessuti, gli stessi colori e gli stessi tagli che aveva conosciuto durante il periodo comunista, e la fanno sentire come una vecchia maestra di campagna. Alla fine, avendo fretta, Irena compra un vestito ma, fatti pochi passi, le capita di specchiarsi nella vetrina di un grande magazzino e di non riconoscersi. In preda al panico, corre nell’appartamento di Gustaf, la cui società già da diversi anni aveva aperto una sede a Praga, e si cambia, rimettendosi il suo tailleur, approfittando anche del fatto che il tempo è peggiorato ed è tornato il freddo. Anche quando ricontatta le sue vecchie amiche e organizza una rimpatriata in un ristorante, le cose non vanno come si sarebbe aspettata: lei ha portato dodici bottiglie di bordeaux, ma le sue amiche non sono abituate a quel tipo di vino e preferiscono di gran lunga la birra boema. Inoltre, il tempo passato ha acuito le distanze tra loro e Irene si sente tagliata fuori dalla conversazione, l’unica con cui riesce a scambiare qualche battuta è Milada, una collega del suo primo marito Martin. La sola cosa positiva di quel viaggio è l’incontro del tutto casuale fatto all’aeroporto di Parigi con Josef, un uomo che aveva conosciuto molti anni prima a Praga, anche lui di ritorno per qualche giorno in Boemia. Il ricordo di quel lontano incontro, possibile preludio di una storia d’amore mai effettivamente sbocciata, è per Irena una sorta di ferita mai rimarginata…

L’ignoranza, uscito nel 2001, è uno degli ultimi romanzi di Milan Kundera. Un uomo e una donna si incontrano casualmente in aeroporto mentre stanno tornando a Praga, città che entrambi avevano dovuto abbandonare, scegliendo la via dell’esilio, per paura delle persecuzioni del regime comunista. Rivedendosi a distanza di tanti anni, tra di loro sembra riannodarsi il filo spezzato di una lontana storia d’amore, se non fosse che il tempo trascorso ha allontanato in modo irreparabile le loro traiettorie esistenziali e ora persino i loro ricordi sono diversi. Con il consueto stile, che mischia in modo mirabile sequenze narrative con riflessioni sulla storia, sull’arte e sulla vita, Kundera ci racconta l’ennesima variazione sul tema dell’amore o, meglio, dell’impossibilità dell’amore. Schiacciato tra i ciechi ingranaggi della Storia, soffocato nell’indifferenza che ciascuno di noi, in fondo, prova per le vicende degli altri, l’amore è destinato a esaurirsi in un breve incontro, un evento di cui ciascuno poi costruirà una sua personalissima memoria, nella quale i nudi fatti assumono significati sempre diversi. È lo stesso meccanismo selettivo, in fondo, che fa sì che sia impossibile fare ritorno alla propria Patria perduta, perché il trascorrere degli anni altera i contorni delle cose, muta i corpi e le anime delle persone. Eppure, nonostante tutte le incomprensioni e gli equivoci, il senso della nostalgia è più forte di ogni cosa e sempre ci spinge, come nuovi Ulisse, a inseguire la nostra Itaca perduta nel flusso del tempo. Quello stesso tempo che gioca con noi come il gatto con il topo, facendoci vivere esperienze che non siamo in grado di comprendere davvero e divertendosi a deformare i nostri ricordi trasformandoli in memorie illusorie.