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L’iguana

L’iguana

Ogni anno, in primavera, i milanesi girano il mondo alla ricerca di terre da comperare. Vogliono costruire alberghi, case, guadagnare, speculare; ma oltre a ciò desiderano anche cercare i luoghi naturali ancora intatti, intendendo per natura qualcosa che è a metà tra la libertà e la passionalità, oltre che parecchia sensualità e un pizzico di follia. Tra gli innumerevoli speculatori Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei duchi di Estremadura-Aleardi, conte di Milano, affettuosamente chiamato Daddo, trent’anni e figlio unico, architetto, ha fino a questo momento acquistato molto, ma parecchio desidera ancora comperare. Il suo amico Adelchi, che di professione fa l’editore, lo spinge ad avventurarsi in giro per il mondo alla ricerca di qualcosa di veramente singolare, come potrebbero essere per esempio le confessioni di un pazzo, magari innamorato di un’iguana. È con questo spirito curioso e avventuroso che, quindici giorni dopo l’incontro con Adelchi, Daddo affida lo studio di sua proprietà a due segretarie – una delle quali innamorata pazza di lui, che tra le altre cose è un gran bel tipo – e, salutata la madre, si imbarca sulla costosissima “Luisa”, un’imbarcazione dal valore di oltre ottanta milioni e diretta verso il basso Mediterraneo. Dopo una sosta a Siviglia, dove tra le altre cianfrusaglie acquista una sciarpa di seta bianca, Daddo prosegue per Lisbona e il 7 maggio raggiunge un’isola a forma di cono, che non è presente sulle cartine. Chiede a un marinaio di cosa si tratti e l’uomo risponde che quella è l’isola di Ocaña, che non è segnata sulla carta perché quelli che redigono le carte geografiche, appunto, sono cristiani e non ritengono degne d’attenzione le cose del diavolo. Daddo è incuriosito e chiede che la barca punti in direzione dell’isola. Man mano che si avvicinano, Daddo vede querce, un campo, una casa; poi scorge alcuni uomini e una vecchia – o almeno così le pare – intenta a fare la calza. Daddo fa loro un cenno di saluto, ma nessuno gli risponde: gli sembrano figure di pietra. Allora si cala in un’altra imbarcazione più piccola, la Luisina, e comincia a remare verso la spiaggia…

Pubblicato per la prima volta nel 1965, il romanzo di Anna Maria Ortese – scrittrice italiana nata a Roma nel 1914, vincitrice del premio Strega con Poveri e semplici, il suo romanzo più famoso – vende nei suoi primi cinque anni di vita poco meno di duemila copie. Non certo un grande successo (almeno per quei tempi) quindi, per una storia che è stata successivamente definita da Pietro Citati “È come la principessa della fiaba, la cui bellezza si nasconde dietro gli stracci e la cenere. Soltanto alcuni happy few hanno alzato il velo grigio, hanno scosso con la mano la cenere, e sostengono che è un capolavoro”. L’iguana è un romanzo che va letto per comprendere appieno la poetica dell’autrice intenzionata a raccontare, con la storia del giovane milanese Aleardo, dell’isola di Ocaña e della “bestiola verdissima” vestita da donna, il mondo degli oppressi, dei dimenticati, degli ultimi. Aleardo è un compratore di isole, un uomo facoltoso alla ricerca di continue occasioni di investimento e, quando raggiunge quella strana isola al largo del Portogallo che nessuna cartina geografica indica, non sa che la sua intera esistenza è destinata a cambiare. È proprio un’iguana – quella che l’amico editore gli ha augurato di incontrare per avere finalmente qualcosa di unico da raccontare – una specie di donna lucertola quella che rivoluzionerà la vita del giovane. Simile a una gigante lucertola ma vestita da donna, pur se con abiti logori, la strana figura bambina è l’incontro tra la realtà femminile e l’universo animale; è insieme una donna e una schiava, una serva e una dea; è giovane e vecchia, è l’orrore e la grazia. Ortese crea una sorta di favola romantica, capace di mostrare una realtà rivestita di magia e orrore insieme, esattamente come accade nel mondo dei dimenticati, dicevamo, dei perdenti, dei disperati. Un testo profondo e complesso, che cattura e disorienta, infastidisce e attrae, ma sorprende a ogni pagina, dalla prima all’ultima. Una lettura che va affrontata piano, senza fretta, per assaporarne ogni traccia di ironia e di seduzione.