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L’impero interrotto

L'impero interrotto. La storia del mondo vista dalla Cina

A seconda del Paese in cui si è nati, si studia una Storia diversa. Gli Europei forse danno per scontato che tutti gli studenti del mondo in sequenza si occupino di Greci, Alessandro Magno, Romani, Costantinopoli, Carlo Magno, Rinascimento, Guerra dei Trent’anni, Rivoluzione francese, Rivoluzione americana e così via, ma non è affatto così. Gli studenti di altri continenti a scuola hanno imparato un’altra storia, con personaggi e guerre diverse, ideologie e religioni diverse. E (anche) per questa ragione vedono il mondo da un’altra prospettiva. Michael Schuman, giornalista e studioso di relazioni internazionali, corrispondente in Asia per “Wall Street Journal”, “Time”, “The Atlantic”, “Bloomberg”, “New York Times” e “Forbes” con questo saggio intende raccontarci non la storia della Cina, bensì “la storia che ha creato la visione del mondo dei Cinesi, e soprattutto la loro percezione del proprio ruolo all’interno di quel mondo”. Oggi in Occidente la Cina è definita una economia “emergente” che insegue USA ed Europa, più ricchi e avanzati. Ma questa situazione – ammesso che sia vera o unanimemente accettata – è un’aberrazione. In realtà dal I al XIX secolo la Cina è sempre stata la prima o seconda economia del mondo, era una “potenza manifatturiera che esportava alta tecnologia, un centro di innovazione e un motore dell’economia globale assai prima che Marco Polo si imbarcasse per il suo famoso viaggio”. La Cina non sta “emergendo”: è quasi sempre stata in cima. “Per gran parte della storia documentata, (…) è stata una superpotenza economica”. Questa leadership si è interrotta nell’Ottocento (ecco a cosa fa riferimento il titolo del volume), ma da qualche anno, nella percezione cinese, è tornata. La Cina di oggi sente di potere, anzi di dovere riprendersi il posto che le spetta in cima alla priamide alimentare del potere internazionale…

La Cina oggi non è un impero. L’ultimo imperatore è stato cacciato nel 1912. Il governo di Pechino è basato sui principi del socialismo reale (da qualche decennio ibridato con uno spregiudicato capitalismo “sorvegliato” dallo Stato), ma l’ideologia, anzi l’anima del regime del Partito Comunista Cinese non è solo marxista-leninista, deriva anche molto dalla sua millenaria tradizione. Innanzitutto dal punto di vista culturale: da sempre le fortune e le sfortune dei governi, secondo i Cinesi, sono determinate dalla virtù, ovvero il potere sorride alle “brave persone”, chi comanda evidentemente lo merita. Inoltre, concetti come quello di diritti umani inalienabili, parità di genere, pari dignità tra Stati, autodeterminazione dei popoli non appartengono affatto alla tradizione cinese, che ha perseguito ideali e priorità molto differenti da almeno duemila anni. In secondo luogo dal punto di vista politico: in Europa siamo abituati a considerare gli imperi una realtà di un passato lontano – seppur glorioso, con vaste aree un tempo omogenee grazie al dominio di un’autocrazia centrale che inevitabilmente si frammentano in Paesi con lingue, governi e obiettivi propri. In Cina non hanno memoria di questa decadenza, non hanno questa idea di impero, ma quella che forse avevano i Romani dell’età di Augusto: lo ritengono una realtà ancora in essere e persino un diritto, un destino. E da qui probabilmente deriva l’antico disprezzo cinese per i nemici, i “barbari”, considerati quasi alla stregua di animali: “Quegli insetti insignificanti che meritano di morire diecimila volte, tremando di paura (…) / Non meritano nemmeno la punizione del Cielo / Così l’augusto imperatore ha risparmiato loro la vita / E loro si sono prostrati umilmente emettendo rozzi suoni / Elogiando la saggia virtù del governante imperiale Ming”, si scriveva a proposito delle imprese militari di Zheng He nel Quattrocento. E oggi? Domani? Il dotto saggio di Schuman ci aiuta a capire meglio il passato e il presente, per ragionare in modo più profondo e informato sul futuro.