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L’importanza di fare l’onesto

L’importanza di fare l’onesto

Algernon si trova nel salottino di casa sua in Half Moon Street. La stanza è arredata con sfarzo e Lane, il maggiordomo, sta preparando la tavola per il tè del pomeriggio. I tramezzini al cetriolo, quelli per Lady Bracknell, sono pronti e Lane li dispone su un piccolo vassoio. I due uomini discutono in merito alle bottiglie di champagne consumate il giovedì precedente, durante la cena in cui Lord Shoreham e Mr Worthing sono stati ospiti di Algernon. Si crea così l’occasione per parlare di matrimonio, che per Algernon è piuttosto avvilente, mentre Lane – che è stato sposato solo una volta, e solo in seguito a un’incomprensione tra lui e una giovane donna – si tratta di una pratica decisamente gradevole. Poco dopo Mr Ernest Worthing fa il suo ingresso nel salotto di Algernon e, notando il tavolo apparecchiato con diverse tazze, vuole sapere chi sia atteso per il tè. Sono in arrivo la zia di Algernon – Augusta – e Gwendolen. Ernest non può che essere felice della notizia: flirta – secondo Algernon in maniera davvero indecente – con Gwendolen e non vede l’ora di poterle chiedere di sposarlo. L’amico gli fa notare che non c’è nulla di romantico in una tale proposta, in quanto si potrebbe correre il rischio di vederla accettata. E, a quel punto, l’eccitazione del momento sarebbe finita e si perderebbe la vera essenza dell’amore, cioè l’incertezza. Inoltre, Algernon non è intenzionato a dare il proprio consenso all’unione tra Gwendolen – sua cugina di primo grado - ed Ernest, a meno che quest’ultimo non gli spieghi chi è Cecily. Dopo qualche tentennamento e tentativo di negare ogni cosa, Ernest – smascherato dalla dedica incisa sul portasigarette che ha incautamente dimenticato la settimana precedente a casa di Algernon – racconta di aver ricevuto l’oggetto in dono dalla piccola Cecily, la nipote di Mr Thomas Cardew, l’uomo che lo ha adottato quando era un bambino. Nel suo testamento, Cardew ha stabilito che Ernest sia il tutore della nipote, che vive nella sua casa di campagna, affidata alle cure di una governante…

L’ultima commedia scritta dall’eccentrico drammaturgo irlandese Oscar Wilde. La più divertente, così ricca di equivoci e di ironia. Si tratta di una delle pièce teatrali più rappresentate al mondo, ma il suo fascino e la sua vena mordace e spassosa restano immutate nel tempo. Il modo in cui Wilde, attraverso le voci dei protagonisti della commedia, dissacra usi e costumi della società inglese, ne mette in luce idiosincrasie e paradossi, ne irride la politica e i costumi ha in sé una modernità che ogni volta stupisce e induce a riflettere sull’acume, la lungimiranza e l’intelligenza di questo dandy eccentrico e attento a tutto ciò che lo circondava. Wilde mostra, con tratti di penna affilati come lame e capaci di colpire nei punti giusti, come tutta la vita sia un’immensa rappresentazione teatrale, in cui ciascuno recita, nascosto dietro una maschera, che ne nasconde un’altra e un’altra ancora. Battute dissacranti, un ritmo estremamente moderno, un’ironia sottile e incisiva sono le caratteristiche che rendono questo testo davvero senza età: raccontano di un tempo passato che è invece attualissimo, di rapporti e relazioni che si ripetono uguali pur con il trascorrere degli anni, di superficialità e apparenza, di coraggio e vigliaccheria. La sera in cui era in cartellone la prima londinese di questa commedia, il 14 febbraio 1895, Wilde rischiò pesantemente una pessima figura. Il marchese di Queensberry si era presentato a teatro tenendo saldamente in mano un mazzo di ortaggi, destinati al drammaturgo irlandese. Il marchese voleva in questo modo denunciare la propria opposizione alla relazione tra il figlio, Lord Alfred Douglas, e Wilde, sposato e con prole. Venuto a conoscenza delle intenzioni bellicose del marchese, Wilde riuscì a non farlo ammettere a teatro, evitando la figuraccia. Le cose tuttavia, non gli andarono bene a lungo ed è ben nota l’incriminazione e la conseguente carcerazione dell’artista, personaggio senza dubbio singolare, la cui intelligenza e il cui fascino restano immutati nel tempo.