Salta al contenuto principale

L’impronta scarlatta

L’impronta scarlatta

Primi del Novecento. Il dottor Jervis non sta passando un momento felice della sua vita professionale. Da sei anni ha lasciato l’ospedale ma la sua carriera non è decollata, ha “lavoricchiato,” per così dire: qualche sostituzione, qualche periodo come assistente, ma adesso è disoccupato. Passeggiando per la città, si trova inaspettatamente a incrociare un suo vecchio compagno che al contrario è diventato un medico legale che funge da avvocato difensore. Durante la cena nella strana casa del dottor Thorndyke, dopo avergli elencato i passi che lo hanno portato all’apice del successo, quest’ultimo gli offre una specie di lavoro come suo assistente. Mentre mangiano la cena preparata da Polton, misterioso personaggio dalle mille qualità e competenze fra cui quella di maggiordomo del togato dottore, qualcuno nonostante l’ora impropria bussa alla porta di casa. A interrompere la riunione dei due “amici” è mr. Lawley, un avvocato. Con lui Reuben Hornby, giovanotto che svolge incarichi di fiducia per lo zio John, un ricco commerciante di metalli, raffinatore di oro e argento che qualche volta, per accontentare clienti e tenere buoni rapporti, acconsente a fare da tramite per la custodia e la consegna di pietre preziose. Proprio durante una di queste eccezionali evenienze, dalla cassaforte è scomparsa una considerevole quantità di diamanti. Non c’è stata effrazione, le chiavi sono sempre state in possesso del commerciante ma al posto dei diamanti ora ci sono delle gocce di sangue e un foglio con impressa una nettissima impronta di pollice. Il pollice di Reuben Horby, che si proclama innocente e pronto anche a farsi arrestare purché sia svelata la verità...

Inventore del “romanzo poliziesco invertito”, struttura narrativa in cui “viene mostrata o descritta la commissione del crimine all’inizio, di solito includendo l’identità dell’autore”, Richard Austin Freeman - medico inglese nato nel 1862 - ha lasciato una cospicua produzione di romanzi. Il suo personaggio principale (21 romanzi e 40 racconti tra 1907 e 1942) è il Dr. Thorndyke, che svolge la professione di insegnante di medicina legale nella Londra di inizio Novecento. Niente a che vedere con la figura dell’anatomopatologo odierno, è un medico che - abbandonata quasi completamente la professione - si è laureato successivamente in legge. Potremmo definirlo un consulente specializzato. In questa sua funzione è fortemente supportato dal suo maggiordomo tuttofare Polton, che dispone di competenze tecniche e scientifiche ben al di sopra di quelle che ci si aspetta di trovare in una figura simile, e dal suo ex collega Dr. Jervis. Un team investigativo e un format narrativo che lungo gli anni si sono rispettivamente affiatati e raffinati, ma che in questo romanzo d’esordio sono ancora decisamente acerbi, quasi appena abbozzati. L’indagine spesso si arrotola su se stessa e le non spiegazioni che Thorndyke (peraltro per bocca di Jervis) elargisce a piene mani dopo un po’ possono risultare davvero noiose. La presenza di Jervis, un personaggio che nei successivi romanzi avrà ben altro ruolo, qui appare totalmente inutile se non in quanto narratore delle mirabolanti – così sono descritte – deduzioni di Thorndyke e come collegamento fra l’investigatore, il sospetto e la famiglia di quest’ultimo. Non è questione di veneranda età (in fondo il romanzo ha più di un secolo): siamo lontani anni luce dalle intuizioni e dai silenziosi, per la maggior parte, ragionamenti di uno Sherlock Holmes. Le spiegazioni di ogni azione, ben poche in verità, vengono rimandate di continuo, intervallate da una serie infinita di descrizioni molto poco profonde sulla famiglia Hornby, su un membro femminile in particolare. Ancora più pesante della lentezza con cui si snoda la storia è il linguaggio esageratamente enfatico anche per gli standard dell’epoca: ogni cosa diventa “terribile”, “orripilante” e quant’altro, per contro quello che non è “orrendo” è “splendido”, “meraviglioso” e “stupefacente”. A questo si aggiungono particolari nemmeno troppo insignificanti della vicenda che restano avvolti nel mistero o peggio hanno ben poco senso: per esempio il fatto che dal giorno dopo la cena che apre il libro, Jervis si sposti a vivere a casa di Thorndyke, che ricordiamolo, non incontrava prima dell’incontro casuale da almeno sei anni.