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L’incontro

L’incontro

Anni Ottanta. Maurizio ha dieci anni e non gioca con nessuno. Abita un po’ in periferia ed è figlio unico. La mattina va a scuola. Nel pomeriggio fa i compiti, guarda la tv e si allena con le biglie contro il muro, da solo. Aspetta l’estate, Maurizio: quando le more dei rovi sono mature significa che la scuola sta per finire e che i suoi lo porteranno, come sempre, a passare le vacanze scolastiche a Crabas, dai nonni. È tutto l’anno che aspetta quel momento. La mamma carica due grandi borsoni pieni di vestiti sull’auto insieme alla bicicletta e al sussidiario, ma Maurizio non ci pensa nemmeno a perdere tempo con i compiti. Gli amici dell’estate lo stanno aspettando e lui divora con gli occhi ogni cartello stradale, ogni segno che lo avvicina alla meta, finché non scorge quello con su scritto Crabas. Quando l’auto dei genitori, dopo il pranzo domenicale, scompare dietro la curva a gomito, Maurizio sospira sollevato. Crabas con i suoi novemila abitanti è una cittadina di tutto rispetto: “c’è sempre qualcosa da fare, da comprare, da vedere, da esplorare”. Ma è sulle rive dello stagno che si basa gran parte della vita sociale dei ragazzi di Crabas, ad ingaggiare battaglie di pirati su barche di polistirolo o a caccia di uccelli acquatici. C’é un modo speciale di parlare a Crabas, si fa sempre riferimento ad un «noi» che Maurizio ha fatto molta fatica a comprendere, dato che non era contemplato nel suo vocabolario di figlio unico. E così, quando rivolgendosi a lui gli dicevano “Come siamo diventati grandi!” oppure “Comportiamoci bene e stiamo attenti!”, lui si domandava “Io e chi?”. È stato quando un ragazzo più grande, sorprendendolo nell’ennesimo tentativo di colpire con la fionda una lattina vuota, gli ha detto “Non ci diamo proprio per vinti, eh?” che col cuore che gli batteva forte per la paura di sbagliare, Maurizio gli ha risposto “Non siamo mica gente che si arrende, noi!” e ha colpito il bersaglio, che ha smesso finalmente di chiedersi cosa voglia dire quel «noi» a Crabas...

La voce della Murgia, con ironico disincanto, ci trascina dentro la storia di quel «noi», espressione di una comunità che si regge sull’equilibrio immobile di ruoli sociali prestabiliti e tradizioni popolari secolari. Tutto scorre come sempre. I personaggi appaiono appena tratteggiati ma caratterizzati in modo deciso, ognuno compare per espletare il proprio ruolo all’interno della storia. L’atmosfera è quella delle estati degli anni ’80, delle vacanze, che per un ragazzo di dieci anni appaiono come un tempo infinito. Maurizio da figlio unico si ritrova in quel «noi», scandito da suo nonno, a trovare una nuova casa a Crabas e a diventare parte integrante di quella società. Nel tranquillo incedere della vita paesana, interviene una novità imposta dall’alto che scardina la struttura primordiale del paese, tutto cambia a Crabas e gli equilibri si sfaldano. Sarà la forza dell’amicizia, maturata al sole dell’estate fra ragazzi, che la vincerà, con un espediente, sull’orgoglio ottuso e bigotto degli adulti. Un romanzo breve ma di stile elaborato, che si legge con un sorriso sulle labbra e un po’ di nostalgia per quella parte d’infanzia ormai andata.