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L’incontro

L’incontro

Parigi, l’una di notte. L’infermiere gli ha appena cambiato la flebo. Giovanni, rinomato ginecologo romano, non riesce a prendere sonno: vorrebbe tanto fumare una sigaretta per placare l’irrequietezza che lo opprime, ma da una settimana ormai non gli è più permesso farlo. L’indomani si dovrà sottoporre ad un delicato intervento per un tumore diagnosticato al polmone sinistro. Solo qualche giorno prima aveva avvertito una gran stanchezza alle gambe, un forte dolore toracico che le mozzava il respiro, ed era stato preda di una violenta tosse con presenza di sangue nell’espettorato. La diagnosi, dopo un’accurata visita effettuata da un suo amico pneumologo, era stata veloce e impietosa. Non c’era scampo. L’idea di ricoverarsi a Parigi, in un rinomato centro oncologico, era stata del suo secondogenito Adriano, medico anche lui, il quale abitava da tempo nella capitale francese con la sua compagna Yvonne. Quella notte Giovanni non riesce a darsi pace, si gira e si rigira nel letto. Crede di diventare pazzo. La malattia ha interrotto bruscamente i suoi progetti, i suoi sogni: da qualche anno in pensione, desiderava aprire una clinica tutta sua. E non sarebbe stato difficile, viste le sue frequentazioni nelle stanze del potere durante tutta la sua carriera: un favore qui, un altro là, la sua fama e il suo ego che crescono, a scapito del bene dei suoi pazienti. Antoine, l’infermiere di sorveglianza, sonnecchia beato. Per Giovanni è un gioco da ragazzi aprire il portone e fuggire. Cerca a tastoni il lume, lo accende. Si infila il maglione, i pantaloni, il cappotto. Si barda alla benemeglio il collo con una lunga sciarpa nera. Il freddo della notte è pungente. Dopo avere attraversato qualche isolato, eccolo sul lungosenna mentre Antoine, destatosi dal sonno e accortosi della fuga, mette in allarme Adriano. Giovanni si sente libero, attratto dalla città deserta, illuminata dalla luna piena. Chiede senza esitare una sigaretta ad un barcaiolo, ma non la fuma subito, la mette in tasca. Arrivato ad una panchina si siede, e subito si materializza accanto a lui una coppia; l’uomo sembra Alessandro, un suo ex allievo, uno dei suoi migliori. Giovanni non ricorda la donna che siede accanto a lui. Sta pregando Alessandro affinché le spieghi cosa è accaduto a sua madre, morta anni addietro durante un delicato intervento chirurgico per l’asportazione dell’utero. Un intervento del quale Giovanni era responsabile. Un intervento fatto frettolosamente, in preda all’euforia data dalla cocaina. Un grosso errore, fatale. Ma non il primo, né l'ultimo, per il controverso ginecologo…

Esordio letterario di Alessandro Messina, magistrato in pensione, L’incontro vuole essere una storia di perdono e redenzione. Guardare dentro se stessi, fare i conti col passato, ammettere i propri errori: quale momento può essere più adatto di quello in cui si percepisce la vita scivolare via lentamente dalle proprie mani? Eppure, non ci è dato sapere se basti un semplice pentimento per sfuggire al tanto temuto e famigerato giudizio divino. La notte affrontata da Giovanni è una notte allucinatoria, popolata da fantasmi arrabbiati, i quali, uno dopo l’altro, capitolo dopo capitolo, mettono in luce un protagonista controverso, debole, fortemente negativo; animato delle migliori intenzioni all’inizio della carriera, Giovanni dà poi un bel calcio al giuramento di Ippocrate facendosi tentare dalla promessa di un’ascesa veloce e prestigiosa. Non più a servizio dei pazienti, ma piuttosto dei “potenti”, molti sono gli errori che commette, restando sempre impunito: la morte di una paziente sotto i ferri, un aborto indotto con l’inganno; uno stupro insabbiato, una omissione di soccorso, e molto altro. Non c’è stata ombra di rimorso, né di pentimento in Giovanni, piuttosto un delirio di onnipotenza, un controllo totale e disinvolto degli eventi. Ma ora, di fronte alla possibilità della morte, e di quei volti sofferenti che chiedono soltanto “perché?”, le certezze crollano e il presunto gigante diventa piccolo piccolo; i rimorsi producono una pressione quasi insostenibile, mentre uno specchio ideale gli restituisce l’immagine del nulla assoluto. Sgorga persino qualche lacrima ma, come si è già detto, potrebbe non essere abbastanza.