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L’indeterminazione del principio + Chthulupunk

L’indeterminazione del principio + Chthulupunk

Mara ha avvertito il cambiamento insinuarsi nel suo corpo. Nel momento stesso in cui ha sentito venir meno le forze ha scorto la figura scura dell’aggressore. Prima il colpo, poi, a terra, Mara si è ritrovata le mani dell’inseguitore strette intorno al collo. Le ha intimato di star ferma. E dalla voce ha compreso: l’aggressore è una donna, il volto parzialmente celato da una sciarpa, al di sopra della quale, prima di perdere i sensi, Mara vede occhi castani, forse verdi… La statua di Giovanni Paolo II troneggia all’esterno del Policlinico Gemelli di Roma. Mara è sopravvissuta all’aggressione, e adesso è in ospedale. Nella stanza, in piedi accanto al suo letto, ci sono Giorgio, il suo ex marito, appena arrivato da Milano, e la sua nuova compagna, che lei conosce solo come Jay. All’arrivo di Zanforte, il suo attuale compagno nella vita e sul lavoro (è il regista di una pellicola che la vede protagonista), Mara mostra la strana ferita sul braccio: una croce inscritta in un cerchio, incisa nelle carni dopo quando lei aveva già perso coscienza. Mara è preoccupata per il destino del film: i medici le hanno sconsigliato di volare, e gli ultimi ciak sono stati programmati in America. Zanforte da un lato cerca di rassicurarla, dall’altro le fa presente che se le autorità decidessero di aprire un’indagine per tentato omicidio, la questione potrebbe complicarsi fino a imporre uno stop alle riprese… All’età di dieci anni aveva deciso di non dire più parolacce. Erano gli anni Ottanta, e forse quello era un modo per demarcare una differenza con i genitori, livornesi d’origine, emigrati a Milano, che nella dimensione pubblica e professionale erano persone rispettose e morigerate, e nel chiuso delle mura domestiche, davanti alla televisione, si lasciavano andare a urla, invettive e discorsi da bar nei confronti dei potenti. Rabbia e frustrazione da ultime rotelle dell’ingranaggio della società; sintomi di un malessere in cui avrebbe presto trovato posto anche il ragazzo. Finita la scuola media avevano iniziato a fargli pressione perché studiasse per conquistarsi un ruolo, magari un posto fisso nei ranghi dei colletti bianchi. E così il ragazzo aveva ricominciato a dire parolacce e a bestemmiare…

Lukha B. Kremo è lo pseudonimo con cui firma le sue opere Gianluca Cremoni Baroncini, livornese di origine, classe 1970, insegnante, scrittore, una laurea in Storia medievale. Prolifico e apprezzato autore con una predilezione per la fantascienza e il fantastico, nel 2015 si è aggiudicato il premio Urania con il romanzo Pulphagus®; è fondatore della Kipple Officina Libraria con cui pubblica i suoi lavori. “Questo lavoro è un tentativo di romanzo postmoderno con influenze light science-fiction, iniezioni digressive anche polemiche sul passato recente e sul revisionismo storico, mettendo in relazione quello che scientificamente sarebbe possibile secondo le teorie che tengono conto della Meccanica Quantistica e ciò che la mente umana è in grado di fare rileggendo il passato. Si è tentato di utilizzare uno stile particolare, che rendesse l’idea della fusione delle sensazioni e di come queste siano legate al tempo con la fusione di alcuni termini, solo in alcune scene”. Così scrive l’autore nella Guida per dummies in appendice al testo per fornire una chiave di lettura a chi si sia cimentato nella lettura de L’indeterminazione del principio. La fusione dei termini in alcune scene, a cui lo scrittore fa riferimento, è un elemento pervasivo; si prenda, ad esempio, la Ouverture della novella, ove si legge: “Mara ha superato il limite del proprio corpo, esalando dalla pelle con un sensodore mai sentito. E le parole hanno cambiato senso, a poco a poco, trasformandosi nella sua mente, come significanti memetici. La strada è illuminata dai lucogas piantati sul travertino poroso crettogrigio del Lungotevere. […] Il lavoro di Mara e la sua vita si confondono in un attimo di retrovelocità. […] Il ritmopasso s'infrange in un rumore bianco, il colpo alla testa è dolore che scende lungo la dorsospina. Il proprio nervosistema la fa voltare…”. È difficile comprendere quali sensazioni si possano fondere descrivendo i lampioni come lucogas, la spina dorsale come dorsospina, il sistema nervoso come nervosistema, il passo ritmato come ritmopasso (e si potrebbe andare avanti). Una sperimentazione linguistica, se così si vuole definirla, che finisce con il tradursi in mero esercizio stilistico. Per gli appassionati di fantascienza le narrazioni su universi paralleli e cloni costituiscono un richiamo allettante. In una cornice dichiaratamente post-moderna, la novella mescola skinheads, sette che rimandano in modo piuttosto esplicito a Scientology, passaggi (forzati) attraverso i veleni e le trame occulte del nostro Paese (dal disastro dell’ICMESA di Seveso alla strage di Ustica), scienziati del CERN, le tragedie contemporanee che più hanno scosso il mondo: la feroce repressione di piazza Tienanmen, gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, la “macelleria messicana” dell’irruzione nella scuola Diaz e gli orrori della caserma Bolzaneto in occasione del G8 a Genova, nel 2001, la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee che scatenò la seconda Intifada, l’eccidio di Srebrenica. L’impressione di lettura che se ne ricava, in definitiva, è quella di un canovaccio di idee, di una serie di ipotesi di lavoro, di spunti narrativi in attesa di trovare una forma compiuta. Il fatto stesso che l’autore abbia avvertito la necessità di accludere allo scritto uno schema riassuntivo ed esplicativo dell’opera e delle intenzioni sottostanti, una sorta di “guida” alla lettura, da questo punto di vista può essere letto come riconoscimento della intrinseca debolezza narrativa de L’indeterminazione del principio. Decisamente più interessante appare Chthulupunk. Qualche perplessità iniziale è di certo legata a titolo e sottotitolo, che recitano Chthulupunk, ovvero ctoniopunk: paralipomeni per capitamentula, Asperger, teratocognitivi, olobionti inconsci e humusità mutagena sottoforma di novelette saggistica allobiografica; parole che fanno molto “supercazzola prematurata” di monicelliana memoria, ma non lo sono, come si scopre procedendo nella lettura del testo. Il lettore che abbia vissuto consapevolmente a partire dagli anni Ottanta del secolo passato si ritroverà nelle atmosfere di un racconto per gran parte biografico, in cui fantasie di vite alternative si fondono con riflessioni sul passato recente del nostro Paese; il testo è arricchito da puntuali elementi di filosofia, di scienza, di critica sociale conditi da ben piazzati spunti ironici. Una narrazione saggistica difficile da inquadrare, che prende direzioni diverse, attraverso divagazioni labirintiche, restando però sempre avvincente, sorretta da una scrittura solida, che potrebbe preludere ad uno sviluppo di più ampio respiro, come sembra preannunciare lo stesso autore nelle pagine finali.