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L’India di Gandhi

L’India di Gandhi

Andare in India nel 1922 significa affacciarsi alla finestra di un’alba della Storia. Un paese sino a poco tempo prima supinamente anestetizzato dal dominio Britannico, durante la lunga e controversa epoca coloniale. Un popolo che arriva a maturare una propria coscienza collettiva, un malcontento che cova sotto la cenere di un controllo all’apparenza solido ma in realtà effimero e arrogante. Il predominio di una cultura sull’altra è sempre una bomba destinata ad esplodere, ben lo sapevano i Romani che infatti - almeno nei primi secoli della loro foga espansionistica - assimilavano i conquistati senza opprimerli. Girare per il paese è il modo migliore per rendersi conto di cosa il dominato pensa del dominatore. Le relazioni di forza, il modo in cui il primo vede il secondo e viceversa. L’inglese cammina sulla terra indiana come l’esploratore spaziale passeggia sul suolo lunare. Dal punto di vista dell’indiano la distanza culturale e sociale non è minore. In questo brodo di malcontento nascono i movimenti di resistenza. Come affrontare un invasore palesemente più forte sul piano militare? Metterla sul piano muscolare sarebbe una follia per un popolo inesperto e poco preparato, quindi ecco l’intuizione copernicana propugnata da Gandhi: la resistenza non violenta, contenere anziché respingere, piegarsi senza spezzarsi mai. Un orso ottuso abituato a menare - così vengono visti gli inglesi - non può che essere disorientato da una simile strategia. E infatti, la storia poi lo dimostrerà, questa incredibile strategia si rivelerà vincente…

Albert Londres era quello che modernamente definiremmo un giornalista d’inchiesta; nel corso di un soggiorno in cui ha viaggiato in lungo e in largo per tutta l’India descrive i cambiamenti sociali e politici in atto attraverso reportage che vengono poi raccolti nel breve libro intitolato L’india di Gandhi. La particolarità dei suoi scritti è senz’altro la profondità di analisi unita ad un’ironia fuori dal comune, un occhio attento capace di cogliere quelle che all’apparenza possono sembrare sfumature ma si rivelano alla lunga elementi di sostanza. “Che cosa rimprovera soprattutto l’indiano all’inglese? Di essere un tiranno? No. [...] Gli rimprovera di essere inglese”. In queste poche parole c’è il senso di uno scontro che è prima di tutto culturale e poi, solo di conseguenza, politico e militare. Nemmeno troppo velatamente, Londres taccia gli inglesi di razzismo; di aver portato fino al parossismo l’elemento chiave di ogni politica coloniale: l’idea che il conquistatore non abbia solo un esercito meglio attrezzato ma sia superiore da un punto di vista culturale e - in definitiva - umano. Londres viaggia di villaggio in villaggio e traccia interessanti ritratti di personaggi destinati a lasciare una profonda impronta di loro stessi nella Storia, non solo quella indiana ma mondiale. Gandhi, destinato a battere il gigante inglese sul piano della forza mediante la sua più raffinata antitesi: la non violenza. E Tagore, con la sua inarrivabile spiritualità, felicissima sintesi del rapporto tra uomo e dio che trascende ogni religione. Un libro acuto e profondo, accompagnato da una prosa felice e frizzante che riesce a raggiungere a tratti altissimi livelli letterari.