Salta al contenuto principale

L’infermiera di Auschwitz

L’infermiera di Auschwitz

Aprile 1946. Uno stanzone col pavimento in legno è pieno di lettini vecchi e semplici, ma puliti e ordinati. In ognuno di essi un bambino sgrana gli occhi o piange, cullato da una ninna nanna. Due donne si aggirano in questa stanza colma d’amore, alla ricerca di qualcuno, senza molti elementi per trovarlo. Gli ultimi anni sono stati un “groviglio di dolore e sofferenza” per entrambe, ed è proprio a causa di tutto quel dolore se ora sono lì, a cercare la verità... Łódź, Polonia, settembre 1939. Ester, apprendista infermiera, è seduta sui gradini della cattedrale di San Stanislao e aspetta Filip, apprendista sarto, come ogni giorno negli ultimi mesi, ma egli tarda ad arrivare. Nell’attesa ripensa alla prima volta che lo ha visto, proprio lì, e agli incontri che ne sono seguiti e poi a quanto è cresciuto il loro rapporto, ma l’emozione si mescola all’apprensione: il mondo sta cambiando, e sempre più spesso si sentono nominare “nazisti, Hitler, invasione, bombe”, ma la giornata è troppo bella perché possa succedere qualcosa di brutto. Quando finalmente Filip la raggiunge, porta con sé la tragica notizia dell’invasione della Polonia. Nessuno è al sicuro, soprattutto gli ebrei, invisi ai tedeschi, ma lasciare la propria casa, le proprie attività e le persone care non è facile. Così Filip si inginocchia a chiederle di sposarlo per non rischiare che la guerra appena iniziata rischi di separarli, e una sirena antiaerea accompagna il “sì” di Ester e il loro abbraccio...

Un altro libro sulla Shoah. Un altro romanzo ispirato a una storia vera, eppure si continuano a leggere, come se divorare pagine e pagine bastasse a cancellare ciò che raccontano. Tema e ambientazione – disumanizzazione, “sadica umiliazione”, crematori, crudeltà e violenza – sono già stati trattati in altri libri o film, ma ogni volta provocano lo stesso magone, la stessa impotenza, e il lettore assorbe il dolore dei personaggi. L’infermiera di Auschwitz in particolare racconta di un personaggio realmente esistito, l’ostetrica Stanislawa Leszczynska, che Anna Stuart ha volutamente rinominato, romanzandone le vicende, come spiega in una lettera e nelle note storiche alla fine del romanzo. La levatrice comunque non è l’unico personaggio reale, ce ne sono altri, come per esempio la staffetta Mala Zimetbaum (a cui è stato dedicato un intero romanzo, guarda caso proprio edito da Newton Compton). La narrazione incede lenta e senza colpi di scena, inizia raccontando il Nazismo che si diffonde appiccicoso e vorace, inghiottendo tutto ciò che trova, e monta adagio come una marea d’orrore, un andirivieni che culla nello sgomento, ma il romanzo si lascia divorare, mentre la sofferenza investe il lettore, sedimentando e lasciandolo avvilito. Anna Stuart è una gran narratrice, non risparmia i particolari più strazianti, pur evitando dettagli troppo macabri, quasi a voler mitigare l’orrore e se anche trasporta il lettore direttamente ad Auschwitz-Birkenau, l’attenzione è focalizzata soprattutto sulle vicende dei personaggi, sui rapporti interpersonali, sui tremila bambini nati nel campo: il focus del romanzo è la forza della vita, che irrompe con prepotenza nonostante la morte e i perversi tentativi di reprimerla. Un altro romanzo che emoziona e commuove, ma che riesce comunque a dare speranza. Riflettiamo e ricordiamoci che tutto questo è davvero accaduto.