Napoli. Martino Cars è uno scrittore che non scrive più. Due romanzi all’attivo: il primo letto da nessuno, il secondo un grande successo. In realtà, non scrive più romanzi: perché ora si occupa della sceneggiatura di una soap opera “insulsa e inutile e dannosa”. Martino va dalla psicologa su indicazione del curante per le sue difficoltà nel gestire il quotidiano e il mondo. Tutto è beige nella sala d’attesa e le sedie sono scomode, poi ci sono anche le emorroidi che non gli danno tregua. C’è silenzio, una donna lo fissa, una finestra si affaccia sul nulla, vorrebbe dormire. Finalmente è il suo turno, la psicologa è una bella donna, la poltrona dello studio è più comoda, però gli fa comunque male il culo e comunque la conversazione con la dottoressa non lo aiuta affatto. Sua figlia non gli parla più da quando è stata espulsa da scuola, dopo che lui ha rotto il naso e causato un trauma cranico al preside. Ma questo è solo uno dei tanti casini di Martino Cars che si sente fuori posto ovunque nel mondo, che vorrebbe urlare, che è asserragliato da pensieri ingombranti e insopportabili, che sta sprecando il talento, un coglione, uno stronzo che ha “una vita avvolta nella nebbia”, afflitto dalle emorroidi che non ha il coraggio di far vedere al medico e che stasera beve alcolici in un bar fino alla chiusura. Da cinque anni non riesce a dormire, ma stasera vuole assicurarsi una notte di sonno e butta giù un numero imprecisato di sonniferi. Poi si mette in macchina. E al volante si addormenta...

L’inferno è dietro l’angolo è nello stesso tempo metafora e strumento attraverso cui redimere l’esistenza. Martino Cars è cinico, pessimista, insoddisfatto e il romanzo in prima persona, come una lunga confessione ai lettori è di conseguenza diretto e volgare: il protagonista non ha paura di dire le cose come stanno e avverte che non ci sarà lieto fine. Forse questo suo essere autodistruttivo e strafottente è un modo per nascondere il malessere e difendersi dalla sofferenza? Raffaele Cars racconta se stesso attraverso il suo personaggio, esaltandone i difetti e le sbavature, dando quindi enfasi al malessere interiore, per esorcizzarli: depressione e dolore di vivere, perché la vita è “un giro di novant’anni sulle montagne russe”. Cars racconta aneddoti di vita in disordine cronologico mischiando anche i tempi verbali, e le frasi sconnesse e senza senso, i pensieri alla rinfusa, le inutili elucubrazioni e il discorso diretto senza punteggiatura lo rendono un po’ contorto e ostico a tratti. Inoltre, se inizialmente il cinismo fa piacere, scuote dalla letteratura politically correct, a lungo andare lo rende un po’ pesante: il protagonista è un antieroe con cui non è facile empatizzare, tra cocaina, alcolici, droghe e sesso esplicito, anche se la sofferenza, la malinconia, la disperazione e il profondo senso di inadeguatezza lo rendono umano. Grottesco, a tratti surreale, onirico, folle: basti pensare che le emorroidi – tra il resto – diventano metafora di un malessere profondo e della procrastinazione. Barcamenarsi nei casini della vita, tra scelte giuste e sbagliate, tra errori e cazzate, ma anche amore e solitudine, confluiscono nel bisogno di un evento traumatico per rivedere la vita e correggerne il tiro.