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L’influenza del blu

L’influenza del blu

C’è un tempo futuro in cui il blu non esiste, in nessuna sua tonalità. Niente cielo azzurro, niente persone con gli occhi celesti, niente mare blu: qualunque oggetto, persona o cosa di quel colore è stata distrutta o reinventata, dando vita a un mondo completamente diverso. È il mondo in cui vive Mehmet, cerimoniere volontario di Costantinopoli, lo stesso in cui gli viene affidato un compito apparentemente semplice: scrivere un discorso di commiato per un uomo, Leone Ippoliti. Mehmet non è nuovo a compiti simili, dato che è uno dei pochi che ancora riesce a parlare ed esprimersi correttamente, come gli uomini del passato. Il problema sorge quando scopre chi è il soggetto, un uomo comunemente noto come “quello del blu”: colui che, grazie a una ricerca instancabile, è riuscito a provare scientificamente quanto quel colore fosse in grado di intristire l’essere umano medio. Ma Leone stesso, pure da morto, non rende le cose facili al ragazzo, rendendogli impossibile reperire informazioni online su di lui e obbligandolo così a una ricerca alla vecchia maniera, che cela uno scopo molto più grande del suo discorso di commiato. Nel mentre, Mehmet ha finalmente modo di confrontarsi con un mondo che non ha mai conosciuto, ponendosi domande sul senso della vita e, più di tutto, sulla felicità...

Questo romanzo distopico si basa su un’idea non del tutto nuova, ossia l’associazione tra la malinconia e il colore blu: basti pensare al celeberrimo Blue Monday o al fatto che in inglese il termine “blue” sia sinonimo di “sad”. È ammirevole però vedere come l’autore abbia fatto un enorme passo in avanti rispetto a questa semplice correlazione, inventando una storia talmente ben costruita e scientificamente plausibile da somigliare alla realtà. Il racconto distopico funziona, non è forzato né campato per aria, anzi: si fa riferimento alla crudeltà dell’uomo, alla sua indifferenza rispetto al cambiamento climatico e si parla dell’eliminazione del blu come la soluzione a qualsivoglia problema. Senza di esso, l’umanità è talmente gioiosa e leggera da scordare i propri legami, i propri obiettivi e perfino la lingua stessa. È come essere circondati da un gruppo immenso di bambini senza genitori a dar loro dei freni, persi nel loro gioco perpetuo. Lo stile di scrittura di Ravizza è incalzante, dettagliato e mai scontato, credibile pure negli errori di grammatica commessi dai “nuovi” esseri umani. La storia scorre sempre a un ritmo sostenuto, seguendo i passi di Mehmet e la sua nuova consapevolezza del mondo che lo ha preceduto. In conclusione, un romanzo dal sapore internazionale, studiato, ma mai noioso, che si interroga sulla ricerca della felicità secondo una prospettiva del tutto nuova.