Salta al contenuto principale

Lingua di falce

Lingua di falce

Appena il pastore si allontana, una masnada di cani affamati e con il collo segnato dalle catene si dispone attorno a un trogolo di pietra e avidamente, pressandosi l’uno con l’altro, leccano la fredda brodaglia. A mano a mano che il contenuto si riduce la tensione sale, il cane più forte digrigna i denti e si scrolla per allontanare gli altri, che di norma gli ubbidiscono ma oggi si comportano in modo diverso. Il cibo infatti non è sufficiente e la fame prevale sulla paura. Solo alcuni, i più deboli, si rassegnano e indietreggiano, i tre più arditi restano a sfidare la sua autorità. Quella reazione lo disorienta, si rende conto che ringhiare ancora e irrigidirsi non cambia nulla. Allora azzanna il maschio più giovane che cerca di difendersi con coraggio e disperazione, ma ha la peggio contro il capo branco e rassegnato si allontana con “la testa abbassata dal peso di una colpa indefinita”. Il cane dominante ora è rimasto solo ed è libero di ripulire il trogolo. Quando ha finito lo addenta e lo porta al pastore, lo posa ai suoi piedi e emette un “fortissimo ringhio che sa di umanità avvelenata”. La bestia gli sfrega le mandibole umide contro le guance, gli schizza addosso la bava e descrive una croce sul corpo, lo domina la necessità di esorcizzare l’avversario. Va avanti e indietro da lui al trogolo, gli ringhia contro ancora e ancora e questo lo fa rabbrividire, lo scuote e all’improvviso lo sveglia. Di quel sogno gli restano addosso pensieri assillanti. Nel ringhio con cui il cane ha scacciato il membro più giovane del branco riconosce il ringhio con cui suo padre lo ha cacciato da casa. Si allontana verso un ambiente che non è il suo, verso una meta sconosciuta, a bordo di un treno di metallo i cui tonfi gli ricordano gli zoccoli di un immenso somaro a vapore. Come il cane ribelle che non accetta la “logica dell’ovile”, anche lui si allontana con la coda tra le gambe, afflitto da un indefinibile senso di colpa. Per comprendere ciò che prova riflette sulla natura, sulla morale dei pastori e dei contadini, gli è utile per sfogare la sua angoscia e trovare una spiegazione a tutto ciò. A differenza di suo padre, lui non se l’è sentita di farsi succhiare via la linfa vitale e di sacrificare l’esistenza dietro a un lavoro estenuante. I pensieri corrono alla sua brutalità caparbia nel gestire l’ovile, nel fare ciò che ritiene giusto per le pecore, alle immagini di sangue…

Dopo il romanzo autobiografico Padre padrone, pubblicato per la prima volta nel 1975, Gavino Ledda continua il racconto della propria esistenza attraverso le pagine di Lingua di falce del 1977. Il libro descrive le conseguenze cui è andato incontro dopo la scelta di lasciare Siligo, la sua città d’origine, in seguito all’ennesimo scontro con il padre Abramo. Ciò che comporta – sia a livello psicologico che a livello fisico – la decisione di trasferirsi a Salerno per poter continuare gli studi mentre lavora come istitutore al convitto. La passione per lo studio si unisce alla brama di libertà, Gavino matura la consapevolezza di possedere non solo istinto, ma anche volontà, nutre uno spasmodico desiderio di crescere e migliorare, inoltre è fiero di essere un ribelle e sono tante le sue aspettative per il futuro. Il suo obiettivo è il riscatto sociale. Il lavoro come istitutore gli permette di studiare e colmare le lacune, ma allo stesso tempo lo mette a confronto con studenti diversi da lui, privilegiati, figli di papà che mai hanno provato botte e fame, inoltre ciò per cui lui lotta ogni giorno, il sapere, nemmeno lo vogliono. L’atteggiamento di scherno con cui lo trattano lo spinge a usare la violenza, la stessa violenza che in suo padre ha sempre disprezzato, è costretto a fare i conti con una parte di sé che odia, la consapevolezza lo logora e unita alla fatica dello studio, alla difficoltà di esprimersi in italiano e alla scarsità di mezzi per sostentarsi, sviluppa un’ulcera duodenale che lo costringe, suo malgrado, a un periodo di permanenza a Siligo, dove dipende dalle cure di suo padre: “In Campania, invece, la società ‘civile’ mi aveva stretto nella sua morsa come io avevo pressato nel torchio la vinaccia di tante annate”. Il testo di Ledda è ricco di riflessioni dal sapore filosofico sulla natura e i suoi cicli, sul legame con l’uomo, vi è il confronto tra il mondo antico, misterioso, spirituale e un po’ magico e quello moderno, che non permette agli uomini di preservare il rapporto salvifico con la natura. Ledda, scrittore, attore, in passato assistente universitario (ha rinunciato all’insegnamento perché insofferente agli schemi rigidi e oppressivi del sistema), oggi abita nella sua amata Siligo ed è impegnato a portare avanti un nuovo progetto. Il libro è arricchito da una interessante analisi dell’opera e dei temi cari a Ledda nella prefazione di Francesco Ottonello e da una postfazione dello stesso che riporta un’intervista all’autore, che ha modo di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e fornire alcune importanti precisazioni in merito al suo lavoro.