Salta al contenuto principale

Lingua nativa

Lingua nativa

2208, Stati Uniti. Il XIX emendamento è stato abolito dal 1991. Le donne non possono lavorare da allora. Non possono possedere, ma appartengono. Vengono dichiarate minorenni, a prescindere dalla loro età, e poste sotto la tutela del proprio marito, padre o fratello. Di fronte alla legge, tuttavia, possono essere processate come adulte, subendo le pene più brutali. Il loro scopo è procreare. Se risultano incapaci di adempiere al loro compito, vengono chiuse nelle Case Sterili. È in una di queste che sorge il primo, pericoloso, barlume di rivolta: il Làadan. Una nuova lingua che esprime la percezione femminile, da troppo tempo chiusa nel silenzio. Parole dal suono caldo, musicale, che sembra provenire dall’anima stessa delle cose. La fusione con le lingue aliene ha ampliato la gamma di vocaboli ed espressioni conosciute. Tuttavia, le donne sono mute e inascoltate. Cosa succederebbe se i Linguisti venissero a sapere ciò che nel buio stanno tramando? Probabilmente le metterebbero a tacere, come fanno con le donne malate: condannandole alla morte senza possibilità di cure. Ad accendere di nuovo la speranza è la piccola Nazareth, un prodigio. La bambina possiede un quaderno nel quale esprime le sue emozioni, come era consueto fare secoli prima. Una pratica dimenticata. Le pagine sono piene di Codifiche, parole per descrivere percezioni e realtà non ancora descritte. Tuttavia, non vi è rivoluzione senza martirio. Ciò che Nazareth è costretta a subire diventa la miccia che accende l’incendio. La rivoluzione è cominciata e le potenti casate Chornyak e Adiness subiscono un attacco che mai avrebbero immaginato di ricevere. È ora che le donne riportino la parola alla sua primaria funzione, quella più antica, grazie alla quale gli Imperi sono stati costruiti: espressione, libertà di pensiero, diritto...

Suzette Haden Elgin è una femminista e linguista statunitense che, nel 1984, dà il via alla pubblicazione della trilogia di Lingua nativa, affiancandola alla produzione di un vero e proprio vocabolario di lingua Làadan: la lingua delle donne. Del Vecchio editore propone il primo romanzo anche nel nostro Paese, presentandolo con una copertina degna delle parole che hanno fondato i culti, come la Bibbia, il Corano o il Ṛgveda. Si tratta in questo caso del culto femminile, madre, forse, di tutti gli altri. Se la donna dona la Ṛ vita, allora non è forse la sua parola che può dare inizio al mondo? La disperazione e la crudeltà sociale che si incontrano nelle pagine sono simili a quelle de Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. L’unico scopo femminile è quello di consentire la riproduzione, appartenendo all’uomo di diritto. Oltre ciò, nient’altro. Il romanzo racconta di un patriarcato soffocante che, come in ogni distopia che si rispetti, mostra una realtà enfatizzata, ma non impossibile. Il potere è in mano ai Linguisti, casta composta da pochi elementi ai quali spetta il totale potere decisionale sulla società. La democrazia non esiste più, così come i più semplici diritti umani. La volontà di espansione, di globalizzazione e il prosciugamento delle risorse hanno reso la Terra ormai inutile. È necessario creare un nuovo sistema di commercio interplanetario e, per questo motivo, va creata una nuova lingua veicolare. Comunicare con il cielo è più importante che farlo con chi appartiene alla stessa specie. Le parole marziane hanno più peso di quelle femminili. Il progresso della fecondazione artificiale ha reso possibile instillare nelle donne semi alieni, così da creare ibridi e ampliare il proprio patrimonio genetico. Quando il buio nel tunnel si fa denso ed inespugnabile, va distrutto dalle sue fondamenta. È così che ha inizio la rivoluzione. Un romanzo struggente, commovente e necessario.