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L’intendente Sanshō

L’intendente Sanshō

Nel sesto anno dell’era Kanji (XI sec.) in Giappone, una comitiva di quattro persone è in viaggio per raggiungere la lontana città di Tsukushi. Una madre con i due figli, una ragazza di quattordici anni e un ragazzino di dodici hanno intenzione di raggiungere la città dove il marito/padre è stato esiliato e del quale non hanno più notizie da anni; a loro si aggiunge la nutrice. Il viaggio è pieno di insidie, soprattutto se affrontato a piedi e si percorrono sentieri rocciosi e zone selvagge e se, a questo, si aggiunge l’ingenua fiducia che la madre ripone nelle persone che incontrano e che offrono riparo e cibo. Una di queste, un barcaiolo, con la scusa di offrire loro un passaggio meno pericoloso via mare, vende i quattro a due amici, che, con l’inganno, caricano i figli Anju e Zushiō su una barca e le due donne sull’altra, portandoli, diversamente da quanto richiesto dai passeggeri, a due destinazioni diverse. I due ragazzi finiscono schiavi di un ricco signore, della madre si perdono le tracce. Anju, poiché donna, avrà il compito di raccogliere tre secchi di acqua di mare al giorno, nelle stagioni più miti, e filare la lana nei mesi freddi, mentre Zushiō dovrà raccogliere tre fascine di legna. La loro schiavitù durerà poco più di un anno, grazie ad uno stratagemma di Anju...

Mori Ōgai (pseudonimo di Mori Rintorō) medico militare e burocrate, è stato uno degli intellettuali più influenti del Giappone. Nato nel 1862 e morto nel 1922, visse in prima persona l’apertura dell’Impero alle influenze straniere. Entrato in contatto diretto con la cultura europea durante un soggiorno di studio in Germania, una volta rientrato in patria, iniziò una massiccia divulgazione della letteratura, del pensiero e dell’estetica del Vecchio Continente, traducendo anche Ibsen, Strindberg, Rilke e dedicando alla Germania la “trilogia tedesca” che comprende 3 racconti: La ballerina, Ricordi di vita effimera e Il messaggero. Come scrittore fu molto prolifico e spaziò tra tutte le forme letterarie; tra i suoi romanzi più famosi si ricordano Vita sexualis e L’oca selvatica. Proseguendo sulla strada dei letterati classici che affiancavano alla loro funzione pubblica appunto lo studio e l’attività letteraria, focalizzò la sua ricerca sulla necessità di revisionare il passato e i valori tradizionali della cultura giapponese, rendendoli meno legati al sistema feudatario. La sfortunata occasione della morte dell’imperatore Meiji e il conseguente suicidio di larga parte dei dignitari, come il sistema prevedeva, lo fece riflettere su quanto le tradizioni arcaiche fossero ancora vive e vegete e si immerse nello studio approfondito della storia. Uno dei racconti scritti in questo periodo su proprio Sanshōdayū (L’intendente Sanshō). La storia riprende una leggenda antica, molto popolare, narrata in un sekkyōbushi, un sermone buddhista salmodiato, tramandato oralmente, le cui versioni scritte realizzate attorno al 1639, divennero spunto per molte rivisitazioni. La rivisitazione che Ōgai ne fa consiste anzitutto nell’eliminazione delle scene più cruente (nelle declamazioni erano necessarie per attrarre il pubblico), nello stabilire un periodo storico preciso in cui situare la storia, nel rendere meno centrale il ruolo del Jizō, la statuetta divina che la madre affida ai figli e ad attualizzare alcune scene rivestendole di una sorta di messaggio progressista (il lavoro di filatura della lana che Anju svolge nei mesi invernali riporta il tentativo di regolamentare il lavoro minorile, all’inizio del Novecento). Il breve libro che qui si prende in esame è un piccolo gioiello, tanto che nel 1954 il regista Kenji Mizoguchi ha tratto dal romanzo un film che è considerato tra i capolavori del cinema giapponese. La leggenda è narrata con delicatezza, la descrizione degli ambienti, naturali e non, è ampia ma non barocca, siamo nel mondo culturale degli haiku e l’osservazione spirituale della natura si sente e fa bene all’animo. Un ottimo modo per entrare in punta di piedi nella suggestiva cultura giapponese.