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L’invenzione del popolo ebraico

L’invenzione del popolo ebraico

Si chiama Sholek ma in Israele è diventato Shaul. È nato a Lodz, in Polonia, nel 1910. Perde il padre alla fine della Prima guerra mondiale durante la epidemia di Spagnola e due suoi fratelli vengono dati in adozione tramite la comunità ebraica perché la madre non riesce a mantenere tutti con il suo impiego da operaia tessile. Il giovane, quindi, abbandona presto l’antica fede dei genitori in favore dell’ideale socialista. Nel dicembre del 1939 si ritrova invece con la giovane moglie e la cognata a fuggire verso oriente, in direzione dell’Armata rossa. E poi l’Uzbekistan, Marsiglia e da qui, nel 1948, alla volta di Haifa, grazie all’Agenzia ebraica. Una sorte simile a quella di Bernardo, nato nel 1924 a Barcellona e che prende il nome di Dov, solo molto tempo dopo. Combatte al fianco del padre contro le forze franchiste per le vie della città. Diviene ben presto quindi anch’egli un uomo senza patria, tentando di scappare in Messico ma arrestato a New York e rispedito in manette in Europa. Nel 1948 si convince che i kibbutz del neonato Israele siano la naturale prosecuzione delle cooperative rivoluzionarie di Barcellona e quindi giunge proprio ad Haifa. Viene però immediatamente mandato a combattere a Latrun contro gli arabi. Sholek e Bernardo, due immigrati atipici in una terra atipica dove definire caratteri di “autoctonìa” si rivela essere molto complicato. D’altra parte Karl Deutsch in Nationalism and Its Alternatives del 1969 ha spiegato che “una nazione è un gruppo di persone unito da un errore comune sulla sua discendenza e una comune antipatia verso i propri vicini”…

Shlomo Sand è nato a Linz nel 1946 ed è uno storico e scrittore di fama internazionale. Nato da una famiglia di ebrei polacchi sfuggiti alla Shoah, nel 1948 emigra a Yafo, in Israele. Attualmente è professore emerito di Storia all’Università di Tel Aviv. Questo suo saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 2008 in lingua ebraica. Nonostante una fortissima opposizione da parte della storiografia ufficiale israeliana, il libro è diventato un bestseller in patria ed è stato tradotto in 22 lingue. Alla base del saggio c’è la forte convinzione di Sand che la storia ufficiale del popolo ebraico sia stata costruita e tramandata a tavolino dagli studiosi come mito per giustificare “l’impresa coloniale dello Stato di Israele”. Un vero e proprio falso ideologico a opera di una storiografia di stampo nazionalista in cui la narrazione di una storia unitaria, da intendersi come percorso lineare dall’epoca biblica fino al ritorno nella terra perduta, sia assolutamente priva di fondamento. Per Sand la teoria dell’esilio forzato a opera dei Romani, ad esempio, non ha ragione di esistere, dato che, per lo studioso, gli ebrei discenderebbero da una moltitudine di convertiti provenienti da varie parti del Medio Oriente e dell’Europa. Tesi quantomeno opinabili come moltissimi storiografi hanno già dimostrato in senso opposto. Sand è probabilmente mosso da una verosimilmente vana speranza in un futuro di pace e in una società israeliana multietnica ma la sua opera, a mio parere, rischia probabilmente di alimentare ulteriore e inutile odio antisemita in giro per il mondo.