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L’invenzione del suono

L’invenzione del suono

Foster, Mitzi e Blush. Il primo è un padre disperato, che cerca la sua piccola Lucinda da 17 anni, quando è scomparsa da quel grattacielo tenuta per mano da un’altra ragazzina, una specie di sorella maggiore che tanto avrebbe voluto avere. Foster sa che c’è chi si diverte a rapire le ragazzine per sottoporle alle pratiche più turpi e ha incanalato la sua disperazione trasformandola in rabbia, desiderando ritrovare a ogni costo (e a sue spese) la sua bambina e facendo in modo di salvarne tante altre, cacciando quel criminale e maniaco che sicuramente ha preso anche lei, tanti anni fa. Oggi all’aeroporto ha commesso un errore, scambiando quel tipo sconvolto dalle canne e in infradito per un pedofilo, ma lui sa di essere sulla strada giusta e che prima o poi i suoi sforzi verranno premiati. Mitzi invece lavora per la Ives Foley Arts o meglio, è la Ives Foley Arts. La si può senza dubbio definire una figlia d’arte, che è riuscita a fare tesoro degli insegnamenti di suo padre tramutandoli in consensi unanimi e, soprattutto denaro sonante. Le urla che riesce a confezionare sono gettonatissime in ogni genere di film per la loro peculiare autenticità, tant’è che gli addetti ai lavori si chiedono come faccia a tirar fuori ogni volta dal cilindro quei capolavori. Mitzi prova a spiegare a Jimmy, quanto di più simile a un partner è riuscita a trovare, cosa si intenda per risonanza limbica ma lui non sembra prestarle molta attenzione, eppure lei pensa che dovrebbe. A un tratto non ci pensa più, si spara un Ambien – un potente sonnifero – accompagnandolo a un bicchiere di vino. Infine Blush Gentry, una diva del cinema, famosa per aver recitato la parte dell’adolescente scema seviziata nei film horror e, nonostante riesca ancora a trovare posto in fiere e kermesse di settore, ormai il grande pubblico pare averla dimenticata da un pezzo…

Due anni dopo lo schizofrenico Il libro di Talbott torna in libreria con un nuovo romanzo l’autore di culto Chuck Palahniuk, noto ai più per aver saputo estremizzare con linguaggio beffardo e dinamiche a metà tra l’orrore e il paradosso le ansie dell’uomo contemporaneo figlio del benessere. La produzione dello scrittore statunitense di origini ucraine fatica, da qualche anno a questa parte, a tornare sui livelli dei suoi capolavori ma i segnali incoraggianti del già citato Il libro di Talbott trovano ampia conferma in questa sua ultima fatica. Per sgombrare subito il campo da fraintendimenti: L’invenzione del suono è la miglior opera di Palahniuk dai tempi di Rabbia (2007). Riducendo al minimo i difetti che hanno sabotato altre opere potenzialmente interessanti quali Pigmeo e Senza veli (sperimentalismo fine a se stesso, eccessiva frammentarietà narrativa, stanca reiterazione di schemi già letti), l’autore si sbizzarrisce qui in un romanzo tutto sommato lineare, sia stilisticamente che narrativamente, e condensa in pochi personaggi tutti i temi che lo hanno reso universalmente famoso. La gestione del dolore di una perdita (Diary) con la conseguente fiducia nei gruppi di autoaiuto (Fight Club); il disorientamento morale e spirituale che si traduce nel desiderio di fuga dalla realtà e in pulsioni violente dal sapore apocalittico (Survivor, Ninna nanna); la sovraesposizione mediatica pur di conquistare quindici minuti di vana celebrità (Cavie) e il desiderio di sbirciare attraverso il buco della serratura il microcosmo della patinata loggia dell’entertainment (Gang bang, Senza veli) sono solo alcuni fra i cavalli di battaglia di Palahniuk che qui ritornano con vigore e senza puzzare di stantio. Il triangolo narrativo fra Mitzi Ives, una ragazza stordita di alcool, tranquillanti e nichilismo che si guadagna da vivere registrando urla di dolore di persone che realmente uccide rivendendole (a peso d’oro) all’industria del cinema, Gates Foster, un padre disperato alla ricerca di certezze in un mondo disorientante e insensibile, e Blush Gentry, starletta alla ricerca di nuova fama, funziona con un sincronismo pressoché perfetto nella sua semplicità. Inoltre, sul piano eminentemente narrativo, Palahniuk abbandona sperimentalismi vuoti e autoreferenziali e, pur non rinunciando alle sue frasi a effetto pregne di devastante disincanto e alle solite incursioni nella violenza pulp, non confonde particolarmente le idee al lettore consegnandogli un prodotto potabile e di sicura presa, che, come detto, non sfigura accanto alle sue opere più celebrate.