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L’invenzione dell’isteria

L’invenzione dell’isteria

Nel cuore di Parigi, nell’ultimo trentennio del XIX secolo, l’ospedale della Salpêtrière raccolse circa quattromila donne definite folli. La Salpetrière si rivelò la città delle donne incurabili, un luogo spaventoso della reclusione, quasi a formare un’altra Bastiglia. Tra le internate donne indigenti, vecchie zitelle, vagabonde, epilettiche, giovani “incorreggibili”, tutte etichettate come folli. Era possibile trovare rinchiusi fra quelle mura anche dei bambini. La Salpêtrière era il luogo per eccellenza dove le donne morivano. Nel 1862 Jean-Martin Charcot fece il suo ingresso alla Salpêtrière e in quell’anno si poteva contare un medico per ogni cinquecento pazienti. Le malate morivano per cause varie, cause fisiche tra cui colpi e ferite, cause morali come libertinaggio, onanismo, cattive letture, nostalgia e cause sconosciute. L’isteria non era ancora comparsa. Charcot discese all’inferno ma non si trovò poi così male in quanto le quattro/cinquemila donne gli servirono come materiale di ricerca. La nomina nel 1872 a professore di anatomia patologica non gli fu sufficiente per inaugurare un nuovo sapere. Chiese aiuto al suo amico Gambetta che fece votare in Parlamento un finanziamento di duecentomila franchi per la creazione di una cattedra delle malattie nervose alla Salpêtrière. Nell’anfiteatro Charcot celebrò le famose lezioni del martedì che, con numerose procedure cliniche e sperimentali, l’ipnosi e la presentazione di malate in preda a gravi crisi, erano volte a dimostrare di cosa fosse capace un corpo isterico. Il medico era solito realizzare la pratica del visibile grazie alla partecipazione attiva delle stesse malate. Il suo nome divenne rappresentativo del prestigio attribuitogli dai diversi medici. Fu considerato il fondatore della neurologia, scrisse varie opere tradotte in diverse lingue, fu un grande diagnostico con una clientela privata. Charcot scoprì l’isteria, la separò dalle altre malattie, la isolò come puro oggetto nosologico. Egli si armò di uno sguardo sottile, si armò della fotografia che diventò strumento sperimentale, procedura museale e un metodo di insegnamento. Freud fu il testimone oculare dello “spettacolo” che Charcot metteva in opera e rispetto al quale egli si distinse per l’ascolto tutto nuovo dell’isteria...

Il saggio di Georges Didi-Huberman, storico dell’arte e filosofo francese, porta alla luce – attraverso un’inchiesta cauta del sapere dell’epoca – questa configurazione patologica che diviene un oggetto interessante della psichiatria. La Salpêtrière divenne un laboratorio di servizio fotografico, metodo di osservazione provocata che fece diventare la fotografia quasi un atto di falsificazione. La tesi che Didi-Huberman sostiene nell’interessantissimo saggio è quindi che la descrizione promossa dalla clinica di Charcot attraverso un utilizzo della fotografia che voleva tradurre gli stati del corpo, lungi dal restituire l’intima storia patologica finiva per negare quella storia stessa e quindi per reinventarla. La esasperata volontà di Charcot di conoscere e definire l’isteria lo spinse a idealizzare il suo metodo, a privarlo cioè del suo oggetto, a diventare il regista di quei sintomi che pretendeva di interpretare. Il volume, di grande formato e arricchito di un centinaio di immagini, è quindi una testimonianza preziosa delle pratiche cliniche a cui i medici di allora sottoposero le pazienti isteriche.