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L’inverno dei leoni

L’inverno dei leoni

Palermo 1868. All’inizio pare una voce lontana e indistinta, un sussurro portato dal vento. Poi, una volta raggiunto le orecchie della servitù ed essere passato alle loro labbra, il sussurro rimbalza di bocca in bocca e si dirige verso la città, ammantandosi ora di stupore, ora di spavento o di pianto. Rivolgendo lo sguardo verso l’Olivuzza, tutti i palermitani ripetono increduli “È morto, è morto”. Una litania di dolore per un uomo che, certo, era vecchio e malato da tempo, ma il cui nome in città è da sempre segno di potenza e potere. Vincenzo Florio, da molti considerato invincibile, se ne è andato per un colpo apoplettico. È morto nel suo letto, sereno, attorniato dall’affetto della moglie e dei figli. Ed è morto ricco, circondato da tutte le fortune che durante la vita è riuscito ad accumulare. Giovanna d’Ondes Trigona, sentendo grida e pianti per strada, alza la testa di scatto, afferra i braccioli della poltrona e guarda con aria interrogativa Ciccia, la sua dama di compagnia che è stata per lungo tempo anche la sua governante. Quando qualcuno bussa alla porta, riferendo la notizia che don Vincenzo è appena spirato, Giovanna si sente più stupita che addolorata. Non riesce a provare pena per la scomparsa di un uomo a cui lei non ha mai voluto bene, un uomo che è sempre riuscito a trasmetterle una fastidiosa sensazione di disagio. Giovanna si alza a fatica dalla poltrona. Il parto è avvenuto da pochi giorni ed è stato parecchio doloroso. Anche solo stare in piedi le procura enorme stanchezza, ma è necessario che lei ricopra il ruolo che le è stato assegnato. Da questo momento in poi non sarà più soltanto la signora baronessa, ma Donna Giovanna Florio, la moglie di Don Ignazio, l’uomo che prenderà in mano le redini dell’immenso impero che Vincenzo ha appena lasciato. Ignazio, d’altra parte, è disperato. Sa di non poter piangere, sa di non doverlo fare. Ma è attraversato da un senso di solitudine e sofferenza così potente da sentirsi annichiliti e perso. Ha trent’anni Ignazio. È ricco, potente e stimato. Ma nulla può cancellare la solitudine e il vuoto del lutto…

A due anni di distanza dall’uscita del primo volume della saga dei Florio, I leoni di Sicilia – vero e proprio caso editoriale con oltre seicentocinquanta mila copie vendute, traduzioni in trentadue Paesi e permanenza in classifica per più di cento settimane – Stefania Auci, autrice di origine trapanese, torna a far ruggire i protagonisti della famiglia di origine calabrese che, a partire dal 1799, cercano e trovano riscatto nella città di Palermo, guidati da un coraggio e una determinazione che non potrà che premiarli. E lo fa partendo da una copertina – un particolare del dipinto When the Heart is Young di Johan William Godward – che impreziosisce maggiormente, nel caso ce ne fosse bisogno, la vicenda di un mondo affascinante e ormai scomparso. Ora, nel secondo capitolo della saga, i Florio (per lungo tempo additati come cafoni, per le loro origini borghesi e per la loro condizione sì di ricchi, ma non di sangue nobile) hanno tutto: fabbriche, ville sontuose, denaro e gioielli; la loro fama li ha preceduti nel Mediterraneo e in Europa e ha permesso loro di diventare voce importante anche nei palazzi della politica. Ignazio – cuore di ghiaccio che, per il fulgore del nome di famiglia, ha dovuto reprimere l’amore vero e ne porta i segni per l’intera esistenza – e il figlio Ignazziddu – che fatica a sacrificarsi in nome degli interessi familiari, ma tenta comunque di farlo, con conseguenze spesso disastrose – illuminano non solo la loro isola, ma il mondo intero. Ma il destino, si sa, non può essere contrastato, soprattutto se non si riesce a trovare il coraggio di affrontare la vita anche in maniera diversa da come la tradizione impone, evitando di seguire sempre gli stessi schemi e lasciandosi andare anche al piacere del rischio. Quando questo coraggio viene meno, inevitabilmente comincia la parabola discendente di un nucleo a lungo temuto e ammirato; uomini e donne incapaci di allontanarsi definitivamente dalla terra che ha dato loro lustro e fortuna; una famiglia unica, diventata leggenda. La Auci, con una scrittura che arricchisce e nutre senza essere didascalica, racconta di figure maschili figlie del loro tempo, carismatiche e fragili insieme ma, soprattutto, racconta di donne straordinarie, appassionate e affamate d’amore come Giovanna d’Ondes Trigona (moglie di Ignazio), belle e fiaccate dal destino come Donna Franca (moglie di Ignazziddu), tenaci e moderne come Giulia Florio e Annina Aliata di Montereale. Una storia lunga quasi un secolo, una vicenda che ruota intorno al sentimento che, da sempre e per sempre, muove il mondo: l’amore. L’autrice stessa lo spiega con la delicatezza e la precisione che sono diventate la sua cifra: “Tutti i Florio – nessuno escluso – combattono, soffrono, gioiscono, sperano e si disperano per amore. Per un amore che prende ogni forma possibile e che è stato per me una vera guida, la luce che ha svelato la straordinaria universalità di questa vicenda così affascinante e complessa. Anche perché, come si dice in Sicilia, L’amuri tutti dicinu ch’è amaru, ma tutti vuonnu vidiri s’è veru (Tutti dicono che l’amore è amaro, ma tutti vogliono provarlo)”.