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L’iris selvatico

lirisselvatico

Un giardino, in qualche luogo del Vermont, dove i fiori hanno una coscienza e parlano. Così, l’iris che giace in embrione sottoterra racconta quanto sia “terribile sopravvivere / come coscienza / sepolta nella terra scura” ma poi aggiunge quanto questo “essere un’anima” senza avere potere di parola abbia una fine e possa finalmente “parlare di nuovo: tutto ciò/che ritorna dall’oblio ritorna / per trovare una voce”. All’alto e maestoso iris fa seguito il più umile lamium, una falsa ortica che vive all’ombra di altri e che afferma per questo di avere “un cuore freddo” con la consapevolezza però che non tutti gli esseri vegetali hanno necessità del sole perché spesso riescono a farsi luce da soli: “una foglia d’argento / come un sentiero che nessuno può usare, un sottile / lago d’argento nell’oscurità sotto i grandi aceri”. Un'altra dicotomia tra venire alla luce e sopravvivere al buio, la offre il piccolo bucaneve che, nonostante il dubbio di non riuscire a sopravvivere con la mole di terra che lo ricopre, si ricorda, forse un po’ a sorpresa “dopo tanto tempo come riaprirsi/nella luce fredda/della primissima primavera”. Queste creature, racchiuse in un giardino coltivato, come reagiscono alla presenza dell’essere umano che lì li ha deposti? Che tipo di rapporto mantengono? Il biancospino, probabilmente più attento alla vita che gli si muove attorno e che afferma solidamente “le cose / che non si muovono / imparano a vedere”, osserva da lontano gli umani passeggiare e capisce, sa, per esempio “la causa della vostra fuga / passione / o rabbia umana”. E gli umani, i loro umani, appartengono alla categoria di coloro che conversano con le piante o ne sono totalmente indifferenti?...

Louise Glűck, poeta e saggista statunitense, Premio Pulitzer e poi Premio Nobel per la letteratura nel 2020, in questa raccolta segue un flow già attraversato da altri autori di narrativa: far parlare le cose. Che siano animali come nel caso di Anima di Wajdi Mouahwad o oggetti come la scopa o il battiporta di Sharon Dodua Otoo ne La stanza di Ada, anche la nostra non si sottrae, rendendo questa particolarità però in versi. Il giardino in questione è quello della sua casa nel Vermont e i fiori sono chiaramente una metafora (anche se Stefano Mancuso sicuramente obietterebbe che i fiori e le piante comunicano eccome, almeno tra loro) di cui si serve per offrirci pensieri e spunti di riflessione. Siamo di fronte a un tipo di poesia che è possibile, anzi dovuto, definire confessionale. Un io celato il più delle volte tra i petali di un fiore o in erbe spontanee e poco aristocratiche che ci parla di morte (come nella raccolta precedente Averno, dedicata alla scomparsa del padre) e di speranza, della paura del buio che inghiotte e che ci fa pensare certo alla depressione o a una certa difficoltà se non proprio patologica che lascia però aperta la porta alla luce (luce, buio, timore, dubbio così come terra e voce sono termini/sensazioni ricorrenti), che ci mette di fronte al passare del tempo, al succedersi di giorno e sera (molte sono le poesie titolate Mattutino e Vespro), una voce soggetto che si incarna anche nella presenza dell’umano/giardiniere che, quasi come un ente creatore, si rivolge alle proprie creature rimproverandole (troppo facile il rimando ai fatti dell’Eden?). Attraverso un lessico quotidiano, colloquiale, assai essenziale, la poesia di Glűck chiede attenzione, presenza, rapporto, perché ci sono dei vuoti, disseminati qua e là, delle interrogazioni alle quali il lettore deve dare risposta.