Un tempo erano i pirati a compiere le loro scorrerie sull’Isola. Così almeno si racconta nelle taverne. Poi la città è stata fortificata, le porte di accesso spostate nell’entroterra. Adesso solo qualche bastimento, di tanto in tanto, fa scalo nel porto, con il suo carico di arance e datteri, venduti a caro prezzo. L’unica cosa che l’Isola può offrire è l’acqua fresca, e di quella fanno scorta gli equipaggi delle navi. Il Ragazzo, il figlio del merdaiolo, è sempre stato affascinato dall’avvistamento di una vela all’orizzonte. Ora a catturare la sua attenzione è il Fortuna, l’imbarcazione ormeggiata nel porto, in attesa di riprendere il viaggio, con cui è arrivato Izar, il mercante che, accompagnato dai suoi fedeli vichinghi, porta al collo la luce perpetua che, si dice, venga dal Santo Sepolcro. Il Ragazzo ha appena visto da vicino Nurit, la principessa, cavalcare accanto a Izar sulla strada per la Valle dei bambini perduti, dove le inquietanti teste scolpite di infanti guardano da tempi immemorabili l’Isola e il mare. Il Ragazzo non sa che i due si sono già incontrati tempo addietro, e che si sono amati; e che ora Nurit ha affidato a Izar una missione: recarsi a Eurola, un piccolo villaggio a occidente, per scoprire perché i suoi abitanti hanno smesso di pagare le tasse alla corona...

“Il Ragazzo non aveva mai visto la principessa così da vicino. Era più bella di qualsiasi donna che avesse mai conosciuto. Assomigliava alla statua della Vergine Maria in chiesa. Aveva al collo una collana di perle rosa e luccicava ai raggi del sole come se il Signore fosse molto compiaciuto di lei. E accanto c’era quel burbero mercante con la lampada rossa al collo. Il Ragazzo si sentiva parte di un qualche mistero...”. Bianca Bellová, classe 1970, scrittrice pluripremiata, traduttrice, è una figura di rilievo nel panorama letterario ceco contemporaneo. Ha esordito nel 2009 con Romanzo senti/mentale e si è aggiudicata nel 2017 Il Premio dell’Unione Europea per la letteratura con Il lago. Ne L’Isola l’autrice mescola e intreccia tradizioni favolistiche e narrazioni di viaggio, costruendo una trama a più voci che riporta alla mente testi come Le mille e una notte e Il Milione di Marco Polo. “Raccontare per comprendere, raccontare per spiegare e spiegarsi, raccontare per conoscere noi stessi e gli altri, raccontare per darsi coraggio, per addomesticare la realtà, per espirare, per riscattarsi”, chiosa Laura Angeloni che ha curato la traduzione di questo romanzo. È il mercante Izar a raccontare in prima persona per gran parte della narrazione il suo archetipico “viaggio dell’eroe” - nel mondo per adempiere a una missione, e al contempo dentro sé stesso, per portare a termine il tentativo di definire il significato profondo del proprio ruolo esistenziale, quello che lo psicologo analista Carl Gustav Jung definisce processo di individuazione -, in bilico tra la ricerca spasmodica dell’uccello dai poteri curativi caladrius, con cui potrebbe ottenere finalmente l’agognata approvazione paterna, e la possibilità di sposare la donna che lo ha visceralmente legato, la principessa Nurit, disinibita sovrana dell’Isola, il cui regno decaduto potrebbe riportare ad antichi splendori. Un viaggio lungo una vita, tra meraviglie e disincanto, passioni e tradimenti, glorie fugaci e perdite, sondando gli abissi dell’animo umano, ammalandosi di esperienza e scegliendo più o meno consapevolmente il proprio destino. A fargli da contraltare, la figura del Ragazzo, anima semplice e generosa, che non si pone troppe domande, ma lascia che sia solo la sua curiosità non contaminata da avidità e malizia a dirigere il proprio percorso, e quella, misteriosa e oscura, di Nurit, principessa dominata dalla passione che cerca di legare le sorti del regno che le è stato tramandato all’amore. L’Isola si rivela un racconto denso di simboli, intessuto con abilità tra piani temporali sfalsati, divagazioni e linee narrative parallele che si sfiorano lungo le pagine e convergono in un finale inaspettato che sembra il preludio di una nuova storia.