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L’isola degli sciamani

L’isola degli sciamani

L’arte dell’interrogatorio richiede un’abilità che il tenente di polizia Kim Seong-ho ha affinato nel tempo. Ha imparato a leggere le emozioni degli indiziati, in modo da poter orientare la conversazione verso una confessione. Non ci sono eccezioni, anche quando il possibile omicida è un ragazzino adolescente di circa quindici anni, coinvolto in atti di cyberbullismo nei confronti di una giovane ragazza ritrovata poi morta. Sulla piattaforma on line “Hebdo-pop” centinaia di messaggi fomentano odio verso Ha Na-ri, la cyborg, 25 milioni di won in interventi di chirurgia estetica. Insieme all’agente Yi Ju-yeong, addetta alla sorveglianza del cyberspazio, e al capitano del commissariato di Gangnam, Bak Min-cheol, il sito viene scandagliato e analizzato, l’assassino deve essere nascosto dietro ad uno di quei nick. Continua a pensarci, Seong-ho, anche mentre prende la metro per rientrare al suo monolocale vicino alla stazione di Hapjeong. Una stanza vuota e piuttosto spoglia, piena di saggi sull’investigazione scientifica, sulla teoria e la pratica dell’interrogatorio, di giornali e riviste per poliziotti. L’unico elemento dotato di una qualche forma di vitalità è l’acquario con nove guppy, regalo di un collega dell’ufficio. È proprio un brutto momento questo, di quelli che il giovane profiler è solito definire “di lag” come i rallentamenti del computer. Non sa come procedere, fermo di fronte al computer con la sua tazza di caffè. Già in passato gli erano capitati momenti analoghi: vacuità esistenziale, ecco un altro modo per identificarli. Fissando i suoi guppy riflette: sono pesci che divorano i propri piccoli, si fanno la guerra tra adulti, si combattono e si massacrano. Da sempre, l’istinto porta gli esseri viventi più forti ad avventarsi sui più deboli. Ma a volte le regole dei giochi si ingarbugliano e Kim Seong-ho diviene bersaglio di hackeraggi e doxing. Cosa può accadere quando la vittima diventa colui che i cattivi dovrebbe fermarli?

La collana Oltreconfine ideata da Edizioni le Assassine propone scrittrici provenienti da tutto il mondo, accumunate dalla passione per il genere giallo. Molto forte la componente socioculturale che viene risaltata in modo da condurre i lettori in contesti molto distanti dalla propria comfort zone. In questo libro Kim Jay non si diverte solo a mascherare moventi impensabili alle spalle di rapimenti e omicidi apparentemente ordinari, ma lo fa raccontando il suo paese e le sue crepe. Con un ironico cerchio che congiunge inizio e fine, l’autrice sceglie di trattare in primis il fenomeno del cyberbullismo, molto diffuso in Corea. A questo si collega anche l’ideale di bellezza inarrivabile incarnato da idol perfette che spinge soprattutto le donne ad un uso sempre più massiccio della chirurgia plastica. Una società fatta di immagini e apparenze, dove la figura femminile resta sottomessa alla supremazia maschile che ancora si fa sentire tanto in ambito familiare come in quello lavorativo. L’immaginaria isola di Sambo presentata da Kim Jay è assimilabile alla reale Jindo, famosa anch’essa per l’omonima razza canina. La vicenda qui ambientata permette di scorgere sullo sfondo delle indagini un ottimo affresco di quella ruralità e della tradizione folkloristica capaci di sopravvivere solo agli estremi di nazioni iper- modernizzate e tecnologiche, lontano delle città sovrappopolate. Aspetto questo che in parte sopperisce alla lentezza riscontrabile nella parte prettamente investigativa, che risulta a tratti fin troppo riflessiva e manchevole di quel tocco di curiosità incalzante necessario a trascinare il lettore verso un climax narrativo. Inoltre, la traduzione effettuata a partire dalla versione francese ha probabilmente portato con sé adattamenti che talvolta sono apparsi come delle piccole stonature, come ad esempio definire “Kim” il nome del protagonista, anziché il cognome; o scegliere di parlare di una perizia calligrafica citando la forma delle consonanti “s” e “r” o la rotondità della “o” sebbene sia facile immaginare anche per un lettore non esperto di cultura coreana come l’alfabeto hangŭl non presenti certo queste componenti.