Salta al contenuto principale

L’isola dei conigli

L’isola dei conigli

Natalia e Gerardo stanno per partire in autobus alla volta di Talavera. Hanno prenotato un albergo a basso costo. Lei ha spento il cellulare. Teme che l’altro la chiami: Gerardo sa, ha perso l’appetito da quando lei gli ha confessato tutto due mesi prima. “Sono soltanto due giorni. Due giorni ed è finita”, rimugina Natalia durante il viaggio... La donna ha compiuto la traversata a bordo del traghetto. Appena giunta in città è andata nel vecchio hotel nella medina, ove ha riservato una stanza, poi quando il cielo si è rasserenato si è recata al mercato, a cercare un foulard per coprire la zampa che le è spuntata dall’orecchio. Che cresce, e la trasforma... L’intento iniziale del falso inventore (“inventava ciò che era stato già inventato”) era costruire una canoa ed esplorare gli isolotti del Guadalquivir. Poi era sbarcato sull’isola più vicina al molo, e aveva deciso di abitarla. Aveva ripulito il centro dagli arbusti, abbattuto alcuni alberi dal tronco sottile e montato una tenda rossa. Ma al tramonto il ronzio di quella moltitudine di strani uccelli, che “andavano sull’isolotto a dormire, ad allevare i piccoli, a morire” e che non comparivano né in internet, né nella guida alla fauna del fiume che aveva consultato, lo faceva ammattire. Una vecchia installazione che aveva realizzato, con dei cani giocattolo in una gabbia, gli aveva dato un’idea per mettere in fuga i volatili: portare sull’isola dieci coppie di conigli... Era iniziato tutto una notte: attraverso la parete aveva sentito un enorme frastuono provenire dalla camera accanto alla sua. Aveva pensato a un mostro, a una lite furiosa, o a strane, violente pratiche sessuali. Ma quando il trambusto era terminato, era uscita in canottiera sul corridoio solo per rendersi conto che la sua era l’unica stanza del piano, occupato dal suo alloggio, dalle caldaie, dal motore degli ascensori dell’hotel in cui lavorava. In seguito aveva sognato per una settimana pezzi di cibo parlanti, e poi un coccodrillo che camminava lungo le pareti. Aveva capito cosa le stava accadendo quando aveva sognato il suo direttore che arrancava nudo verso un irraggiungibile bancone della reception, ove avrebbe accolto di lì a poco una delegazione abissina: era entrata nel sogno di qualcun altro...  La richiesta di amicizia che le è arrivata su Facebook le ha provocato dolore e conati di vomito. Il nickname è Apep Otein. Ovvero Pepa Nieto. Il nome di sua madre, morta da due settimane, scritto al contrario...

Elvira Navarro, scrittrice nativa di Huelva, Andalusia, classe 1978, laureata in Filosofia, è considerata una delle voci più interessanti della letteratura iberica contemporanea (nel 2010 la rivista “Granta” l’ha inserita nella lista dei 22 migliori narratori in lingua spagnola sotto i 35 anni). Già nota al pubblico italiano per il romanzo La lavoratrice (LiberAria, 2019), in questi undici racconti l’autrice narra inquietudini e trasformazioni, spingendo - in modo a tratti brusco - il lettore fuori da ogni possibile comfort zone. Nella sua prefazione, Rossella Milone riconosce nelle narrazioni di Navarro le “influenze visionarie di Franz Kafka, la postura sbilenca e difforme di Julio Cortázar, delle sue case occupate, dei suoi bestiari, delle forze misteriose che animano i suoi racconti”. In effetti non si può non scorgere l’ombra dello scrittore argentino - molto più che un semplice omaggio ai suoi Lettera a una signorina a Parigi, e Cefalea, contenuti in Bestiario - nell’inquietante racconto a sfumature horror che dà il titolo al volume. Pubblicata nel 2019 (La isla de los conejos in originale), caratterizzata da una scrittura nervosa, senza sconti, che riporta a volte alla mente le pagine di un diario, la raccolta si caratterizza per trame crepuscolari, disturbanti (Gengiva), in cui di tanto in tanto irrompono elementi fantastici (Stricnina). Nella maggior parte dei casi sono episodi apparentemente banali - come il non riuscire a trovare un edificio lungo un enorme viale della metropoli (Parigi Périphérie) - a rompere il recinto dell’abitudine finalmente percepita come prigione (Le lettere di Gerardo), o a veicolare l’acquisizione di nuove consapevolezze, facilitare profondi cambiamenti, o spingere verso la follia (Memoriale, La stanza di sopra). Anche se non aggiornato da un po’, merita una visita il suo blog “Periferia”, ove si possono rintracciare alcune delle suggestioni contenute nei testi.