Venezia, Calle Paludo Sant’Antonio, 14 aprile 1895. Lena sta dormendo quando la terra comincia a muoversi. In un primo momento crede di trovarsi dentro un sogno: le sembra di essere distesa su una barca nel Canal Grande, sotto un cielo pieno di stelle. Un sibilo acuto, il rumore delle travi e delle stoviglie che si frantumano la riportano però alla realtà. Il materasso trema, la casa geme e qualcuno grida. Lena si alza spaventata. Il letto del fratello Riccardo, accanto al suo, è vuoto. Oltre la porta vede una candela tremare e sente qualcuno piangere. Riconosce la voce della madre Teresa, che non ha mai sentito piangere neppure dopo la morte del marito. Raggiunge la stanza vicina e trova tutta la famiglia riunita: la madre, Riccardo, la sorella maggiore Maria, il cognato Franco e le figlie più grandi della coppia. Sul pavimento rotolano migliaia di minuscole perle. Sono piccole, insieme sembrano un fiume e producono un fruscio simile a quello della risacca. Teresa ordina alle figlie di prendere setacci e cestini per raccoglierle, mentre una nuova vibrazione attraversa il pavimento. Poi, tutto torna immobile. Le donne trascorrono quasi l’intera notte a inseguire le piccole perle, che scivolano ovunque, entrano nelle fessure, si infilano sotto i mobili e ricompaiono. Alle quattro del mattino Teresa permette finalmente a Lena di coricarsi. Al risveglio, la ragazza trova altre perle persino sul cuscino e fra i capelli. Quando la famiglia ricomincia la giornata, appare evidente che almeno un quarto del materiale consegnato dalla mistra, la donna che affida loro il lavoro, manca ancora. Alla fine della settimana la committente peserà i mazzi prodotti e confronterà il risultato con il peso delle perle assegnate. Qualora i conti non coincidessero, le impiraresse perderebbero la paga e forse anche la fiducia della mistra. Potrebbero inoltre essere costrette a restituire tutto o a lavorare per mesi senza ricevere denaro. Maria accusa la sorella minore, sostenendo che le ciotole in cui si trovavano le perle sono cadute per colpa sua. Lena ribatte di averle collocate nel luogo abituale e di non poter essere responsabile del terremoto. Durante la notte ha ricostruito mentalmente ciò che ha fatto. Su richiesta della madre, ha aperto la cassa, preso le perle con un mestolo di legno e riempito tre recipienti nei quali avrebbero dovuto immergere gli aghi legati ai fili. Ha poi sovrapposto le ciotole e le ha appoggiate sulla cassa chiusa. Ricorda di averle sistemate diritte, ma non sa con certezza se fossero sufficientemente lontane dal bordo. Il dubbio la tormenta, anche se continua a ritenere ingiusto essere accusata per una scossa della terra…

Eleonora D’Errico porta al centro del suo nuovo romanzo una realtà sommersa: quella delle impiraresse veneziane, lavoratrici incaricate di infilare le minuscole perle di vetro destinate alle fabbriche e al commercio. Nella Venezia del 1895 Lena ha tredici anni, vive nel sestiere di Castello e lavora accanto alla madre e alla sorella. Da circa un anno ha preso posto nel cerchio delle donne che, sedute davanti ai canali, immergono lunghi aghi nelle ciotole colme di conterie e compongono mazzi di fili per una paga insufficiente. È un mestiere minuzioso e logorante, svolto a domicilio e tramandato da madre a figlia, come se per una ragazza nata in quella parte della città non potesse esistere un futuro diverso. Lena conosce bene le regole di quel lavoro ma, mentre le donne della famiglia considerano inevitabile la continuità fra ciò che sono state e ciò che diventeranno, lei avverte il richiamo di una possibilità ancora indefinita. Non sa quale forma possa assumere la vita che desidera, ma comprende che non vuole trascorrerla interamente nella stessa calle. A spezzare l’equilibrio interviene il terremoto, che nella casa di Lena assume la forma di una minaccia economica. Per una famiglia che ha già perduto il padre, morto in un incidente nella fabbrica di vetri di Murano, anche una manciata di perle può decidere la possibilità di mangiare, pagare i debiti e continuare a vivere. Quando le conseguenze del terremoto la conducono lontano dalla calle e dentro Ca’ Cappello, presso Lady Enid Layard, Lena entra in contatto con un ambiente fino ad allora inimmaginabile. Nel palazzo sul Canal Grande incontra persone legate all’arte e alla letteratura, ascolta idee nuove e scopre che le parole possono nominare ciò che lei ha sempre avvertito senza riuscire a esprimerlo. La frattura si fa sempre più evidente. Da una parte rimangono la famiglia, la solidarietà fra le lavoratrici, il dialetto, i gesti appresi dall’infanzia e il senso di responsabilità verso chi dipende dal suo contributo. Dall’altra si aprono l’istruzione, la bellezza, il desiderio di autonomia e la possibilità di pensare a se stessa non soltanto come figlia, futura moglie o forza lavoro. La ragazza comprende progressivamente che la fatica delle donne sedute nelle calli è il risultato di rapporti di potere precisi. Le lavoratrici ricevono poco, non controllano il peso del materiale, non possono contestare le decisioni delle committenti e rischiano di essere sostituite non appena tentano di difendersi. Da qui nasce il passaggio dalla ribellione personale alla responsabilità collettiva. Mettersi alla guida della prima Lega delle impiraresse significa trasformare un malcontento disperso in una voce condivisa. Donne abituate a lavorare insieme, ma isolate sul piano dei diritti, imparano a riconoscersi come gruppo. Il filo che ognuna maneggia singolarmente diventa così l’immagine di una rete capace di unirle. Le perle che all’inizio rotolano senza controllo sul pavimento e sembrano annunciare la dispersione di un mondo, nelle mani di Lena diventano invece il punto di partenza per immaginare legami nuovi, capaci di trasformare il destino.