All’inizio non erano tutti grassi. Le foto e i video lo dimostrano. Nei vecchi cinegiornali del gennaio 1968 trasmessi in Tv, che mostrano il momento in cui sull’isola viene proclamata l’indipendenza si organizza una grande festa, nessuno ha più grasso del necessario in corpo. L’unico robusto è Lui-che-sbadiglia, inquadrato mentre beve quella che non sembra essere né la prima né l’ultima birra della serata: l’uomo sembra più massiccio degli altri, ma d’altra parte la sua conformazione fisica corrisponde a ciò che è. Uno sfaccendato. I nomi delle persone, sull’isola, sono piuttosto peculiari: ciascuno si chiama per quello che è o per ciò che fa. C’è Lui-che-si-gratta-spesso, Lei-che-parla-molto e così via. È chiaro che questi nomi vengono attribuiti solo a una certa età, quando è davvero possibile identificare ciascuna persona senza errore. Prima, ci si riferisce agli interessati come “il figlio/la figlia di”. Con l’avvento della modernità, tuttavia, questa abitudine locale cade in disuso e l’isola comincia a essere abitata da Charles e John, come in qualsiasi altro luogo della Terra. Quando si decide di dare un nome alla nuova Repubblica, poi, a tutti sembra normale attribuirle il nome che rappresenti ciò che per gli abitanti l’isola significa, cioè “il luogo dove c’è abbastanza per vivere bene”. Ma, poiché questo concetto risulta un po’ troppo complesso per gli abitanti del Continente, allora quel paradiso di terra viene denominato Isola Felice. Sull’isola c’è tutto ciò di cui si può aver bisogno, inclusa una laguna d’acqua dolce. Nel momento in cui, poi, si deve decidere come realizzare la bandiera, si pensa alla cosa più semplice e più rappresentativa del luogo: una terra in mezzo al mare. Vero è, tuttavia, che ogni abitante – chiamato a realizzare la propria bandiera a casa e a portarla alla festa – disegna l’isola in maniera diversa, in base alla propria immaginazione e alla propria esperienza. Ecco quindi che arrivano bandiere con isole tonde e isole quadrate, pezzetti di terra microscopici sistemati in un angolino, mentre tutto lo spazio è occupato da un’enorme distesa d’acqua, oppure così grandi da uscire addirittura dalla bandiera…

Una satira brillante e tagliente, capace di far ridere e riflettere con la stessa intensità. Strizzando l’occhio ai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il romanzo di Davide Ferrario trascina il lettore in una narrazione surreale fondata tuttavia su una vicenda reale: la storia dell’isola di Nauru, il più piccolo stato del mondo, oggi simbolo di decadenza ecologica, sociale ed economica. Tutto ha inizio a seguito di una scoperta che rivoluziona la vita degli abitanti dell’isola: un’enorme riserva di guano, escrementi di uccelli marini ricchi di fosfati, viene sfruttata per produrre fertilizzanti. In un batter d’occhio, la comunità passa dalla frugalità di una vita basata su pesca e agricoltura all’opulenza. Nauru diventa uno dei paesi con il reddito pro capite più alto al mondo. Nessuno lavora più, tutti comprano beni superflui, i soldi scorrono a fiumi. Ma la ricchezza fondata su una risorsa finita si esaurisce, e con essa crolla il fragile castello costruito sull’illusione dell’eternità. Cinquant’anni dopo, l’isola è un deserto, economico e culturale: povera, dimenticata, obesa come i suoi abitanti. Da eden a fallimento totale. Ferrario racconta la caduta attraverso la voce di un abitante dell’isola, testimone ironico di una parabola tanto assurda quanto verosimile. Ogni presidente che si succede cerca salvezza in nuove imprese sempre più grottesche – dal contrabbando alla speculazione turistica – in un’escalation tragicomica che somiglia davvero tanto a molte realtà del nostro mondo. Con uno stile affilato, lucido e denso di humour Ferrario costruisce una metafora del capitalismo globale: una corsa sfrenata al profitto senza visione, senza misura, senza futuro. Dietro ogni risata si nasconde una verità scomoda: l’autodistruzione non è più solo una possibilità, ma diventa una traiettoria in fieri. Come osserva Vanni Santoni, è difficile essere “pessimisti con humour”, e Ferrario riesce perfettamente nell’impresa, dando vita a una favola amara che mostra la parabola del nostro tempo, dove la ricchezza può rivelarsi una maledizione e il benessere, se mal gestito, un detonatore sociale. Un libro che consente di ridere con intelligenza mentre si guarda in faccia una storia paradossale ma vera, specchio lucidissimo della nostra modernità.