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L’isola della peste

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Göteborg, agosto 1925. Dietro il bancone all’ingresso della stazione della polizia investigativa di Spannmålsgatan, la signorina Brickman siede al suo solito posto, immersa nella lettura di un romanzo giallo. Sono quasi le sei di sera, ma fa ancora caldo. Tutt’a un tratto le pare di cogliere un odore fastidioso — un freddo effluvio che sa di pesce, fango e acqua torbida e stagnante — ma non vede niente d’insolito. Al piano di sopra il sovrintendente Nils Gunnarsson è alla scrivania per battere a macchina i rapporti della giornata quando avverte la presenza di qualcosa di estraneo: un ragazzino che sembra un ranocchio, con i calzoni troppo larghi, la camicia sudicia e i piedi scalzi, è in piedi immobile in mezzo alla stanza. Non risponde alle domande di Nils e ripete in modo sfacciato, gesticolando verso la porta e picchiando i talloni sul pavimento: “Vieni!”. Scendono insieme al pianterreno, passando davanti a un’allibita signorina Brickman ed escono avviandosi lungo Östra Hamnkanalen, verso una delle scale di pietra che scendono nell’acqua, dove è ormeggiata una piccola barca a remi. Pur con qualche esitazione, Nils sale a bordo e il ragazzino comincia a remare a ritmo cadenzato, seguendo la rotta sotto le basse campate dei ponti per poi scivolare nelle acque aperte del fiume e dirigersi verso est. Arrivano nel punto in cui il fiume si divide e il ragazzino si inoltra nell’affluente Säveån: è in questo momento che Nils intuisce chi è e dove sono diretti: è uno dei rottamai. Diseredati, ma orgogliosi, vivono di ciò che gli altri hanno scartato o perso: tutto ciò che galleggia nel porto di Göteborg, sul fiume o nei suoi affluenti lo considerano di loro proprietà. Gira voce che i rottamai abbiano poteri sovrannaturali e siano in grado di infliggere eterna sventura a coloro che non rispettano i loro diritti; si dice anche che vedano nel futuro e che abbiano mani e piedi palmati; che discendano da un popolo che viveva lì su palafitte, capace di muoversi attraverso gli acquitrini, nuotando e guadando con la stessa naturalezza delle sue prede. Nils pensa che quelle storie siano solo sciocchezze: i rottamai non sono altro che poveracci, estromessi dalla comunità urbana, ma adesso, mentre nel caldo umido risale lentamente il piccolo fiume è quasi disposto a crederci. E’ il crepuscolo quando arrivano a un villaggio di piccole baracche, sorretto da pali che spuntano dall’acqua. Nei pressi del pontile un uomo, Bengtsson, che dimostra di conoscere il sovrintendente Gunnarsson, lo guida all’interno di una delle baracche senza finestre dal soffitto basso e il pavimento coperto di pelli di vacca. Lo spazio al centro è occupato da un uomo sulla trentina, steso supino. La bocca è spalancata con la lingua gonfia, la pelle di un bianco grigiastro: lo hanno trovato la mattina stessa nel fiume. Per questo hanno chiamato la polizia, per portarlo via, ma Nils spiega che non potrà farlo fino al giorno dopo. Il ragazzino è in attesa sulla barca. Il viaggio di ritorno è come un sogno e Nils cade in un sonno profondo. Tornati in Östra Hamnkanalen, mentre il sovrintendente scende a terra, la mano del ragazzino si trova per un secondo proprio accanto al suo viso, con le dita ben allargate intorno all’anello metallico dell’ormeggio e illuminate da un lampione, grazie al quale Nils può vedere la sottile membrana quasi trasparente che unisce indice e medio fino alla prima articolazione…

L’isola della peste è il sequel del precedente romanzo della svedese Marie Hermanson, La Grande Esposizione che, ambientato nella Göteborg nel 1923, aveva presentato per la prima volta i due protagonisti: il sovrintendente Nils Gunnarsson e la giornalista Ellen Grönblad. Li ritroviamo due anni dopo, nell'estate del 1925, non più come coppia, ma nuovamente impegnati in una vicenda che inizia drammaticamente con il ritrovamento del cadavere di un uomo ucciso in modo piuttosto violento, che fa pensare a un caso di diversi anni prima — tre omicidi a Stoccolma e uno a Göteborg, con lo stesso identico metodo — di cui la polizia non ha lasciato trapelare nulla. Le vittime erano delinquenti della peggior specie e il colpevole, condannato dopo un processo a porte chiuse, è ora l’unico pericoloso detenuto di una prigione temporanea su un’isola dell’arcipelago di Göteborg, Bronsholmen, l’Isola della Peste — nella realtà, si chiama Känsö —, sede della stazione di quarantena ormai dismessa, dove, dalla fine del 1700, i marinai di ritorno dall’estero venivano messi in quarantena, per evitare la diffusione in Svezia di malattie contagiose come la peste. Le indagini portano a Bronsholmen, anche perché sull’isola è nata l’ultima vittima trovata dai cosiddetti “rottamai”, in un viaggio verso un mondo sotterraneo, nascosto, fatto di violenza, isolamento, dove fremono stati d’animo ed emozioni forti. Parallelamente alla trama poliziesca, classica e lineare, che si concentra sul crimine commesso, e a una possibile storia d’amore, l’autrice dà molta importanza al contesto storico e geografico. La città è descritta in modo preciso e completo in un momento di grandi trasformazioni: “Benché a Göteborg il numero delle automobili fosse aumentato rapidamente negli ultimi anni, la polizia non aveva ricevuto nessun addestramento su come dirigere il traffico. I poliziotti venivano dislocati negli incroci più congestionati e lì dovevano arrangiarsi per cercare di portare ordine nel caos di vetture, carri trainati da cavalli e tram”. A volte si tratta solo di suggerimenti: piccoli dettagli — come il nuovo taglio di capelli di Ellen — che lasciano intuire un cambiamento nella società, come il ruolo delle donne, impegnate nella lotta per la loro emancipazione. In questo romanzo — che può comunque essere letto in modo indipendente —, la Hermanson riesce davvero a trasmettere l’atmosfera della Göteborg del XX secolo: un’ambientazione originale in compagnia di personaggi interessanti.