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L’isola di Altrove

L’isola di Altrove

Alina. Ripete quel nome più volte, fino a farlo suo. Seduta su quel masso, in alto sulla montagna e lontana dal Villaggio, si arrischia a dirlo ad alta voce. È così nuovo quel suono sulle sue labbra, per lei che da sempre è conosciuta come Sciuparaccolto o Figlia dell’altrove. Quel nome glielo ha dato Yael, la prima volta che si sono visti. Un nome che sa di mistero e che deve tenere segreto; nessuno deve saperlo. Meno che mai giù al Villaggio. Se lo sapessero, lei sarebbe immediatamente messa alla gogna e nessuno la potrebbe sottrare alla punizione. Rabbrividisce al solo pensiero. Se per un pugno ha perso una gamba, chissà cosa le farebbero per l’audacia di portare un nome… Neanche il Priore del Tempio potrebbe intercedere per lei. È stato lui che, 16 anni fa, l’ha accolta; quando era solo un fagottino fradicio e posto in una scatola di cartone, alla mercè degli animali e delle intemperie. Lui le ha insegnato tutto, da come prendersi cura della casa a quali erbe curano i malanni dello spirito e del corpo sino - addirittura - a insegnarle a leggere e scrivere. A nessuna donna, giù al Villaggio, è consentito leggere e scrivere. La casa e la cura dei figli sono le uniche mansioni che sono loro permesse. Ma il Priore ha deciso di lasciare a lei le chiavi per aprire quelle piccole finestrelle fatte di inchiostro e che hanno il potere di dare nuova prospettiva alle cose. “Potresti stare in una stanza tutto il giorno e leggere parole, e sapere comunque di che si tratta. Anche senza il mondo intorno. L’alfabeto è uno strumento con cui si separa la parola dalla cosa e la si avvolge in un segno. È come ascoltare, ma con gli occhi”…

Completamente disancorato da qualsiasi coordinata temporale e geografica – sebbene la scrittrice sottolinei l’influenza della cultura albanese e greca, l’esordio letterario della scrittrice tedesca Karen Köhler è un potente appello alla autodeterminazione, diritto inalienabile per ogni essere umano. Lasciandosi ispirare dalle isole greche dove era solita trascorrere le proprie vacanze e dai racconti degli abitanti di quelle isole, la Köhler immagina una distopica Bella Isola sfondo del romanzo: un luogo lontano dal resto del mondo, dove gli uomini vivono secondo le loro leggi e la religione. Protagonista è Alina, una ragazza da sempre considerata reietta ed emarginata sull’isola. La sua colpa, quella di essere stata abbandonata ancora in fasce, durante l’inverno più rigido che l’Isola abbia mai conosciuto, e perciò si è guadagnata il nome di Sciuparaccolto, perdendo il diritto ad avere un nome proprio e dunque a essere riconosciuta come essere umano dal Villaggio. Una condanna, quella di non avere nome, che la segnerà per tutta la vita sino all’ incontro con Yeal: è lui che, per la prima volta, la vede e la riconosce come essere umano dandole il nome di Alina. È da questo momento che la vita di Alina muterà: ormai conscia di esistere ed avere diritto anche lei alla felicità, a una famiglia, Alina compirà un percorso di crescita interiore reso sulla carta con un cambio di registro: dalla prima si passa alla terza persona, un escamotage letterario per far comprendere il grado di consapevolezza di Alina, la sua conquistata capacità di distinguere quello che è giusto moralmente da quello che viene fatto passare come tale dalla legge degli uomini. Quest’ultimi, i veri padroni non solo dell’isola ma anche delle vite delle loro mogli e figlie: un ordine “sacro” al quale Alina avrà il coraggio di ribellarsi. Un potente romanzo ricco di amore, cattiveria e orrori, che si mescolano sapientemente facendo immergere il lettore nell’atmosfera vissuta nel Bel Villaggio. La lettura, seppur lenta all’inizio, è in grado di trascinare tra le sue pagine il lettore che si trova a soffrire e amare insieme ad Alina. Un romanzo definito politico, e non solo perché ha come fulcro la parità di generi. Fondamentale è il ruolo che ha il saper leggere e scrivere: le uniche vere armi per il potere, tanto per la conquista che per il suo ribaltamento.