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L’isola di Lark

L’isola di Lark

Dopo che il destino si è accanito su di loro in maniera così brutale, Deborah, la madre di Viola, tiene la radio in cucina sempre accesa, nel terrore che il silenzio possa spingerla a dar spazio ai suoi pensieri. Quando trasmettono un breve servizio sull’isola di Lark, un posto incontaminato in cui i bambini possono finalmente crescere a contatto con la natura, lontano da ogni pericolo, la donna, una tazza di tè ormai freddo tra le mani, tende le orecchie ed ascolta con attenzione. Si butta a capofitto nelle ricerche, convinta di aver trovato il luogo nel quale sarà possibile ricominciare. Seguono moduli da compilare e promesse da fare. Chi ha intenzione di trasferirsi in quell’isola viene sottoposto ad un doppio esame, medico ed etico. Lark è una comunità di credenti e ci si aspetta che i nuovi arrivati partecipino attivamente alla vita collettiva ed il battesimo è conditio sine qua non per essere accettati. Poi finalmente arriva il momento di svuotare la casa, di lasciarsi alle spalle la vecchia vita, di prenotare i biglietti per la nave – l’unica per raggiungere quell’isola britannica dimenticata – e di imbarcarsi per tre giorni di navigazione. Il primo giorno non si vede altro che il grigiore dell’Atlantico; il secondo giorno a Viola pare di intravedere le coste del Canada, ma si tratta solo di un’allucinazione. Finalmente, il terzo giorno, Lark appare in lontananza. Quell’isola sarà la loro salvezza. Una volta salita sul sedile posteriore di una vecchia Land Rover, Viola e la madre si inerpicano per una strada accidentata e la ragazza fatica a tenere gli occhi aperti e neppure si accorge di quel gruppo di ragazzini che si arrampicano l’uno sull’altro in cima a cataste di legno, per sbirciare le nuove arrivate. All’improvviso, sul promontorio nord, battuto da un vento continuo, si erge un fabbricato, una sorta di “ranch prelevato dal selvaggio West e lasciato cadere sull’isola, direttamente dal cielo”...

Una piccola isola, raggiungibile solo in estate, che è un microcosmo a parte abitato da poche persone abituate a vivere, senza i più elementari comfort – cellulare o connessione ad Internet, due esempi su tutto –, una vita sicuramente meno stressata, ma indubbiamente più singolare e a volte destabilizzante. Un’isola nella quale non è semplice entrare – e non solo per la spessa coltre di nebbia che la ricopre per gran parte dell’anno – perché la piccola comunità che la abita è molto affiatata ed ogni nuovo arrivo può rappresentare una minaccia. Un’isola che vanta una propria religione, proprie tradizioni e proprie credenze, che richiamano riti pagani e stregoneria; un luogo che nasconde segreti e luoghi misteriosi, come il circolo di pietre grigie – precluso agli uomini – che si innalza sull’erba ed intorno al quale giovani ragazze con indosso tuniche bianche compiono strani riti, dal sapore antico. Ecco l’ambientazione, da brividi, che Julie Mayhew – già nota autrice di romanzi young adult – ha scelto per il suo primo romanzo destinato ad un pubblico adulto. La remota isola, isolata e lontana, ricca di mistero e di ombre, sembra il rifugio ideale per una giovane ragazza e la madre, che stanno cercando di dimenticare una tragedia che le ha colpite. L’integrazione in una società così chiusa non è semplice e, quando viene scoperto un cadavere sulle sacre pietre dell’isola, gli oscuri segreti che il luogo racchiude vengono a galla, in un clima denso di sospetti e superstizione. In un crescendo che si fa sempre più minaccioso ed ipnotico, il romanzo della Mayhew – che in alcuni tratti si fa un po’ troppo claustrofobico e rende la lettura faticosa – analizza passioni e pulsioni dei personaggi, soprattutto di quelli femminili, e racconta l’annosa questione, mai del tutto risolta, del predominio dell’uomo sulla donna e sul suo destino.