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Lo scannatoio (L’assommoir)

Lo scannatoio (L’assommoir)

“Lo scannatoio di Colombe si trovava all’angolo fra rue des Poissoniers e boulevard de Rochechouart. Sull’insegna spiccava, da un capo all’altro e in grandi lettere blu, un’unica parola: Distillation”. Gervaise e Coupeau siedono presso uno dei tavoli della bettola, spartendosi una prugna sotto spirito, in attesa di riprendere la giornata lavorativa. Non sono pretenziose né molteplici le ambizioni di Gervaise. “Mi basterebbe avere un lavoro tranquillo, il pane sempre in tavola e un buco dove dormire […] Ah vorrei anche tirar su i miei figli, farli diventare dei tipi a posto, se possibile… E ci sarebbe un’altra che non mi dispiacerebbe: non prenderle, se mai dovessi rimetter su famiglia”. Coupeau è d’accordo con lei, per questo rifugge quelle porcherie trangugiate dai colleghi operai. Vetriolo, assenzio… l’alcool ha già ucciso suo padre, perciò egli ora ne sta alla larga… Coupeau viene considerato da tutti un gran lavoratore. Di professione zincatore, egli trascorre intere giornate appeso a tetti e grondaie. Gervaise si dà altrettanto da fare, ella medita di mettersi in proprio, aprire una lavanderia tutta sua e, in una decina d’anni, sistemare tutta la famiglia per il resto della vita. Gervaise e Coupeau infatti, si sono sposati ed hanno avuto una figlia, Nanà. Un giorno Gervaise decide di visitare il marito sul posto di lavoro, portando con sé la piccola Nanà. “Papà! Papà! Gridava a squarciagola. Papà! Vedi qui! Lo stagnaio volle sporgersi, ma gli scivolò un piede. Allora, in un batter d’occhio, nel modo più stupido […] andò ruzzoloni e si mise a rotolare giù per il tetto in leggera pendenza, senza trovare niente a cui aggrapparsi”…

“(…) Le mie intenzioni di scrittore erano molto semplici: raccontare il lento e inesorabile declino d’una famiglia operaia nell’ambiente degradato dei bassifondi. Al culmine dell’ubriachezza e dell’indolenza ci sono l’allentamento dei legami familiari, gli orrori della promiscuità, la perdita progressiva d’ogni onesto sentimento; e, alla fine, restano solo vergogna e morte. È morale in azione, nient’altro”. Con queste parole – contenute nella prefazione redatta dall’autore stesso – Émile Zola commentò L’Assomoir e la valanga di critiche e vilipendi che i benpensanti riservarono all’opera del 1877. Essa è parte di un ciclo di venti romanzi, Les Rougon-Macquart, con il quale Zola intese scattare una fotografia della Parigi metropolitana ed industriale di metà ottocento. “È un’opera vera, il primo romanzo sul popolo, che non menta e che abbia lo stesso odore del popolo”. Un’opera vera, in grado di rappresentare la realtà in ognuna delle sue accezioni, persino quelle da cui preferiremmo distogliere lo sguardo. Un’opera che introduca nella storia della letteratura le classi popolari, i mali sociali, le contraddizioni interne al processo di modernizzazione. Una nuova visione del ruolo dell’artista, sul quale ricade l’onere di impegnarsi socialmente e politicamente, al fine di migliorare la decadente società ritratta dai suoi romanzi. “È la forma che ha scandalizzato. Se la sono presa con le parole. Il mio crimine? Aver avuto la curiosità letteraria di raccogliere e di fondere in uno stampo molto elaborato la lingua del popolo. Ah! la forma, non c’è crimine peggiore”. Sebbene risulti complesso al lettore italiano cogliere le sfumature gergali di una lingua diversa dalla propria, anch’egli può ben constatare la svolta formale introdotta da Zola, ovvero una “forma [che sia] inerente al soggetto”. In un’epoca in cui l’arte viene considerata null’altro che un “lusso da scioperati”, nella quale essa corre il rischio di divenire null’altro che “cancan litografato sugli scatolini da fiammiferi” – servendosi delle parole di Verga – quest’opera di Zola ci rammenta il ruolo essenziale che l’artista, il letterato possono ancora rivestire in una società che pensa, erroneamente, di poterne fare a meno.