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Lo sguardo inquieto

Lo sguardo inquieto

La grande occasione gli arrivò nel 1983, quando Italo Signorini, il professore universitario a cui aveva chiesto la tesi di laurea, chiamò lo studente Berardino Palumbo in una calda giornata di luglio per comunicargli che avrebbe svolto con lui la tesi di laurea, ma soprattutto per proporgli un esperimento: si trattava di cambiare le sue abitudini ed andare a vivere per qualche tempo nel Sannio per fare ricerche sul campo. Doveva cioè studiare i rapporti comparatici lontano dai volumi della biblioteca di Etnologia dell’Università “La Sapienza” vivendo gomito a gomito con gli oggetti dei suoi studi. Non ci pensò due volte e, approfittando del finanziamento dell’Università, affittò una casetta a San Marco dei Cavoti per prendersi la responsabilità della “missione Sannio”. “Studierà il comparatico”, furono le prime parole di Signorini che suonarono allo stesso tempo come una sentenza e il titolo di una nuova avventura. Grazie all’amicizia con alcuni suoi coetanei autoctoni, fu introdotto, non senza qualche diffidenza, in un nuovo ambiente che per lungo tempo divenne il suo laboratorio a cielo aperto, il luogo dove trasformare la teoria in pratica, dove poter superare i limiti dell’astrazione e misurarsi con le vere difficoltà della scienza, del fare scienza. Fino a quel momento Berardino aveva nutrito le sue giornate dello studio cartaceo di un mondo che ancora oggi gli sembra oscuro: il mondo degli uomini, le loro tradizioni, le loro abitudini, i riti e le aggregazioni sociali. Quello nel Sannio era l’inizio di una grande avventura, professionale ed umana, che - lo sapeva bene! - avrebbe cambiato del tutto il senso della sua vita...

Berardino Palumbo è oggi professore di Antropologia sociale all’Università di Messina, dove continua i suoi decennali studi con lo stesso entusiasmo che si legge ne Lo sguardo inquieto. L’esperienza sul campo è la base degli studi etnologici ed antropologici, per cui Palumbo ha pensato di raccogliere in un unico volume i frammenti delle sue prime esperienze da ricercatore, quelle che gli hanno permesso di trovare e percorrere la sua strada di scienziato e di uomo con la speranza che possano ispirare anche giovani studenti. Il libro raccoglie le tre grandi ricerche che l’hanno coinvolto dapprima come studente e poi come ricercatore strutturato fra il 1983 ed il 2000, fra il Sannio beneventano, vicino alla sua Frosinone, il Ghana e la Sicilia, terra alla quale era ed è rimasto fermamente ancorato. Non si può nascondere che il libro, nonostante i propositi del sottotitolo (“tra scienza e narrazione”), non è un agile prodotto di lettura: ci sono molti passaggi che richiedono ben più dell’entusiasmo di un lettore curioso, tuttavia ci è permesso di conoscere e apprezzare tutti gli aspetti mentali di una ricerca (la sua programmazione, la sua preparazione, la sua organizzazione), ma anche quelli più propriamente relazionali ed umani di queste esperienze, che travalicano il semplice lavoro. Il filo conduttore, l’inquietudine dello sguardo dell’etnologo-antropologo, è ispirato da una lettura di Michel Foucault che così sentenziava sull’etnologia: “la psicoanalisi e l’etnologia hanno un posto privilegiano nel nostro sapere. Costituiscono un tesoro di concetti e d’esperienze, e un perpetuo principio di inquietudine, di problematizzazione, di critica e di contestazione di ciò che altrove poteva sembrare acquisito”. L’inquietudine è dunque quello stato d’animo di positiva insoddisfazione che guida il sapere umano, lo spinge a non accontentarsi. La scienza è dunque, nella sua accezione più positivistica, uno stato di salutare inquietudine.