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Lo spiedo e la rosa

copertina del libro

Bobo Sirboni è nato il 19 febbraio 1946 a Urrana, un “paese barbaricino con le strade che diventano polvere d’estate, fango in autunno, ghiaccio in inverno ed erba alta a coscia in primavera”. La sua casa è alla fine di un vicolo cieco, un imbuto di pietre e fango che misura nove passi per cinque, la porta è tanto bassa che suo padre Nicola fatica a passare. All’interno vi è un materasso di pannocchie steso su un tavolo, una cassetta come comodino, un lavamano smaltato dentro cui gocciola il rubinetto, colonna sonora dell’infanzia, accompagnata da fame e miseria. Suo padre puzza sempre di piedi e sua madre perde due denti a ogni parto, pertanto dopo il settimo figlio può mangiare solo semolino, patate lesse e uova. Queste ultime sono un dono da parte di tziu Totoni Buzacca, il proprietario della casa, che le porta con costanza. La madre smette di fare figli quando l’ostetrica la mette in guardia sulle sue condizioni di salute, inoltre dopo un aborto che inonda la casa di sangue, tziu Buzacca, impietosito, concede un’altra stanza vicino alla stalla, così i ragazzini possono dormire lì tutti insieme. Suo padre un giorno lascia il lavoro di tagliapietre e va a lavorare in miniera, da quel momento il cibo in casa non manca mai, nel frattempo Bobo salta la scuola per gironzolare in paese e fa preoccupare “mama Filumena”. Il ragazzino si diverte a cacciare bisce, rubare l’uva, tirare sassi con la fionda, ma cambia atteggiamento quando tziu Totoni Buzacca si ammala gravemente. Un giorno d’estate l’uomo lo convoca a sé e prima di esalare l’ultimo respiro gli confessa di essere suo padre e gli consegna una busta gialla che contiene il suo testamento. Gli raccomanda di avere cura della madre e dei fratelli e lo esorta a non seguire l’esempio di Nicola, “Fatti onore, figlio mio, mi raccomando, fatti onore!”. Bobo gli abbassa le palpebre con la punta delle dita e gli promette di rispettare la sua volontà…

Salvatore Niffoi nel romanzo breve Lo spiedo e la rosa racconta la prima indagine di Bobo Sirboni e Lella Camandula, si tratta di un primo caso che consente ai lettori di familiarizzare con i due investigatori, conoscerne l’approccio professionale e il rapporto sentimentale che, viene anticipato da subito nel romanzo, sarà duraturo: “dopo una vita che si conoscono, la loro storia d’amore è un caso irrisolto, di quelli sui quali è inutile indagare”. Bobo dopo la morte del padre sviluppa l’attitudine a indagare “sulle cose che non si lasciano vedere a occhio nudo”, in seguito si laurea in Giurisprudenza a Cagliari, studia per il concorso di vice ispettore e superata la prova frequenta il corso di formazione. È costretto a viaggiare avanti e indietro dall’isola al continente e finalmente viene assegnato come vice ispettore effettivo alla questura di Noroddile – paese immaginario ricorrente nelle opere di Niffoi, come i suoi lettori più affezionati ben sanno –, agli ordini dell’ispettore capo Lella Camandula, “una signora originaria del napoletano che all’anagrafe aveva dieci anni più di lui ma in presenza ne mostrava venti di meno” (tutta questa parte della vita di Bobo è narrata in maniera veloce, per arrivare subito agli eventi investigativi, che sono il fulcro del romanzo). Naturalmente tra i due scocca la scintilla – li legano affinità elettive e un passato che lascia traumi – e questo Niffoi ce lo racconta senza girarci troppo intorno: cenette gourmet, sesso e indagini vanno di pari passo. L’obiettivo della nuova coppia investigativa è individuare il serial killer che predilige nubili cinquantenni, le trafigge con uno spiedo, lascia una rosa rossa tra le loro mani e depone sul cadavere una citazione shakespeariana, diversa ogni volta. Un filo rosso letterario che lega le vittime all’assassino e che costituirà la svolta del caso. La storia è ambientata agli inizi degli anni Settanta, non ci sono super computer che analizzano miliardi di dati in pochi secondi o procedure tecnologiche capaci di rilevare la più piccola molecola di DNA, contano la capacità d’osservazione e l’intuito – e Bobo “è uno abituato a non mollare l’osso neppure quando la polpa è finita” –, l’abilità nell’analizzare il contesto e collegare gli elementi che compongono la scena del crimine. La narrazione è lineare, segue le morti e le indagini senza colpi di scena. Niffoi non tradisce il suo stile di scrittura descrittivo, dedicandosi agli elementi paesaggistici che danno colore e rendono vivida la scena, più sbrigativa è la parte crime. Il finale scivola via in un attimo.