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Lo stemma

Lo stemma

Chiesa di San Domenico, il Pantheon di Palermo. Un uomo è inginocchiato in una fila tra le ultime. Ha i capelli brizzolati tra tempie e nuca; indossa un blazer blu, le scarpe nere lucidate, le punte di plastica dei lacci poco consunte. Si alza, si fa il segno della croce, in modo sbrigativo. Un attimo dopo è in strada e osserva con espressione interlocutoria un negozio di targhe e insegne. Entra, rassetta il fazzoletto nel taschino, e si rivolge alla signora che lo accoglie quale primo cliente della giornata. L’uomo si sofferma sul book dei caratteri e dei formati; poi, come colto da un’illuminazione, opta per uno stemma. La signora si china sullo schermo del computer e inizia la ricerca; è digiuna di araldica ma suggerisce fogge e ipotizza soluzioni, anche alternative: propone un logo, realizzato da un grafico preparatissimo, ma l’uomo non ha dubbi: uno stemma; ci vuole proprio uno stemma. Uno stemma con una ‘S’: la consonante con cui inizia il suo cognome. L’uomo si chiama Sucato. Sergio Sucato. La signora suggerisce una corona, sopra lo stemma. L’uomo appartiene, forse, ai Sucato di Villagrazia? L’uomo adesso è di nuovo in strada e immagina i baroni Sucato di Villagrazia mentre vengono condotti in città lungo corso Calatafimi. Intanto, si chiude il funerale del conte Gianni, l’amico del non popolo. Le narici dei gentiluomini, e delle signore accompagnatrici, scendono a turno sulla striscia di cocaina posta sul marmo nero che ne celebra la vita dedita al vizio. A breve, si ritroveranno tutti a Mondello, in trattoria; e lì, alla fine del pasto, dopo un rutto, sia pure trattenuto nel tovagliolo, e dopo il caffè, ricorderanno di quella volta in cui Gianni si lamentò, durante un convivio occasionale, di chi avesse la coca e non la condividesse con lui sebbene proprio lui fosse un gran taccagno quando si trattava di condividere la roba...

L’anti-Gattopardo (come lo stesso Abbate definisce Lo Stemma) è anche la nemesi postmoderna de I Viceré. La dispotica Teresa Uzeda di Francalanza, fulcro delle vicende di una Sicilia che fu, ha lasciato ormai il posto alla principessa Costanza Redondo di Cosseria che è “una puttana”, come recita la scritta tracciata con vernice spray gialla su un muro di via Principe di Paternò. Lì si narra di una nobiltà che vorrebbe contribuire alla nascita dell’Italia, qui di una nobiltà che uccide l’Italia in una grande bruttezza salottiera e vacua. Lo Stemma, però, restituisce anche (a chi ne sentiva la mancanza) il piacere di una lettura eccessiva e sovrabbondante; anarchica perché se ne frega dei rigidi dettami della narratologia del “mostra, non raccontare”. Il narratore (che in controtendenza coi tempi è onnisciente ed extradiegetico) commenta ogni accadimento; la sua voce è sempre identificabile; giudica sistematicamente tutto e tutti; ci mostra pochissimo, e nel raccontare naufraga in un fiume di incisi. E così una scena in cui Costanza parla con il commissario Francaviglia è diluita in una lunga digressione su Tomasi di Lampedusa e la rivoluzione di Lenin e tanto altro, come se questo avesse davvero importanza; non la fabula, non l’intreccio. L’umanità de Lo Stemma è talmente mediocre, dunque, che perfino l’autore preferisce parlare per gran parte del libro di tutt’altro, accennando appena alle sparute notizie di un plot (deliberatamente) esiguo. Romanzo letterario, anacronistico nello stile (perché agli antipodi della scrittura senza fronzoli cui siamo ormai abituati) e incredibilmente anti-narrativo. Per il contrappasso dantesco Abbate sarebbe destinato a un girone infernale in cui i peccatori sono condannati a ricopiare all’infinito Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, che è prototipo dell’altro estremo, dell’altro modo di intendere la narrazione. La stessa condanna toccherebbe a McCarthy, però, specularmente. La virtù sta nel mezzo, verrebbe da dire. Ma come lo trovi il mezzo nella società liquida?