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L’occhio della farfalla

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Il 31 dicembre 1942 a Bologna c’è la neve e il solo desiderio da esprimere per il futuro 1943 è la fine di quella guerra sfibrante che costringe ogni giorno a una penosa conta dei morti ma anche al coprifuoco e ai razionamenti, oltre al clima di terrore scatenato da chi si rifugia nella violenza perché sa che tutto è perduto. Nina sa che l’argomento all’ordine del giorno in famiglia è allontanarsi da Bologna per trasferirsi nella villa di famiglia sul Lago di Garda. Non tutti in famiglia sono decisi ad abbandonare tutto per tornare a Costermano. In particolare Paolo, che da lì è venuto via anni fa per costruirsi una vita e una famiglia in Emilia Romagna, non è convinto di lasciare il suo lavoro di addetto alla produttività agricola delle locali terre bonificate. Ci pensa e ripensa soprattutto per una questione etica: alla fine è lui che provvede agli approvvigionamenti di una popolazione già ridotta alla fame. Per Nina invece, già abituata ai cieli costellati di aerei da bombardamento, agli allarmi e ai rifugi, l’idea più naturale per rispondere a tutte quelle assurdità è rifugiarsi nel proprio universo personale, tra l’incredulità di un’infanzia prossima a svanire e il disincantato pragmatismo della maturità…

Il realismo magico in salsa italica di Costanza Savini esibito in questo L’occhio della farfalla convince tanto per la stratificazione di personaggi a tutto tondo quanto per una certa delicatezza di fondo nel narrare che denota alta sensibilità e un religioso rispetto per la memoria. Ambientato nel 1943, in uno dei periodi più bui e divisivi della storia d’Italia, questo policromo affresco pennellato con garbo dall’autrice bolognese vive attraverso le storie dei suoi protagonisti e in particolare della giovane Nina, incastonata in quella fase di passaggio in cui non si è più bambine ma non si è neanche donne. Condannata ad abbandonare la propria città e trasferirsi nella villa di famiglia sul Lago di Garda – epicentro della neonata Repubblica di Salò, ultimo feroce colpo di coda di un fascismo sconfitto – la ragazza scopre come tra quelle quattro, antiche mura, si celino segreti e misteri. Ecco quindi la seconda protagonista del romanzo: la villa. Le case assumono da sempre nell’immaginario letterario un ruolo quasi personificato – basti pensare alle case infestate – e in questo caso la bella dimora sul Garda funge da catalizzatore di ricordi e personaggi nascosti tra le venature di un mobile antico o di un chiaroscurale ritratto appeso sopra il camino. Partendo da questa ambientazione si ammanta di magia anche la natura circostante, da sempre indissolubilmente legata a culti di varia origine, peraltro qui corroborata da personaggi in bilico fra realtà e sogno, come la maga, nonna Sofia e il sacerdote sui generis Don Agostino. In questo romanzo convincente storia e magia si saldano in un incantesimo potente e dagli effetti duraturi.